Geografie dell’esclusione. Politiche dell’alterità, migrazioni e salute mentale di Viviana Vacca è un libro che nasce con un’ambizione dichiarata e coerente: sottrarre l’esclusione alla sua lettura come fenomeno marginale, residuale, patologico, per restituirla alla sua natura di dispositivo strutturale del potere moderno. L’esclusione non accade ai margini del sistema: è il sistema stesso che la produce, la amministra, la rende funzionale alla propria riproduzione.
Il libro e l’autrice
L’autrice ha un dottorato di ricerca in Storia del Pensiero Politico all’Università di Catania, con interessi che attraversano la teoria politica della democrazia, le categorie di governamentalità e biopolitica, e il rapporto tra psichiatria critica, istituzioni e migrazioni
Come scrive Stefania Mazzone: «nel lavoro di Viviana Vacca, l’esclusione non è assunta come fenomeno marginale o patologico, ma come dispositivo strutturale che attraversa le politiche della cittadinanza, le pratiche di governo dei corpi e i saperi che legittimano tali pratiche». Il corpo – migrante, folle, subalterno – diventa il luogo in cui si inscrivono le tensioni tra riconoscimento ed espulsione, tra visibilità e invisibilità, tra normalizzazione e resistenza. Mazzone individua altresì la linea metodologica portante del volume: l’approccio genealogico e interdisciplinare che mette in dialogo filosofia politica, studi postcoloniali, antropologia, psichiatria critica e teoria sociale.
L’intenzione teorica fondamentale è mostrare come le politiche migratorie e i processi di medicalizzazione della sofferenza psichica siano dispositivi convergenti di una medesima razionalità biopolitica. La sofferenza, in questa prospettiva, non è disfunzione individuale ma esperienza situata, prodotta e amplificata da condizioni di sradicamento, precarietà giuridica ed esclusione simbolica. In questa visione, dunque, le pratiche di cura, a loro volta, sono spazi ambivalenti: attraversati da rapporti di potere, ma anche abitati da possibilità di resistenza e riconfigurazione delle soggettività.
Il libro è strutturato in tre grandi sezioni. La prima sezione – ‘Identità e politiche dell’alterità’ – costituisce l’ossatura teorica e genealogica del volume. La seconda – ‘Vite oltre il confine: spazi della corporeità’ – analizza frontiere, apolidia e corpi migranti come siti di tensione biopolitica. La terza – ‘Esclusione e cura: ripensare la cittadinanza’ – è affronta il nesso tra salute mentale, migrazione, genere e pratiche alternative di cura.
La tesi centrale, che attraversa tutte e tre le sezioni, può essere così formulata: l’esclusione dei corpi – migranti, folli, femminili, colonizzati – non è il prodotto di circostanze contingenti, ma l’effetto di razionalità di governo storicamente sedimentate, che agiscono attraverso saperi (la medicina, la psichiatria, il diritto), istituzioni (il manicomio, il confine, il centro di espulsione) e classificazioni (la diagnosi, lo statuto giuridico, la categoria etnica). Il metodo è dichiaratamente foucaultiano: la genealogia come strumento per decostruire la linearità delle storie ufficiali di potere, mettendo in luce le discontinuità, i momenti di rottura, i rapporti di dominio incarnati nelle pratiche quotidiane.
Corpi in movimento, diritti sospesi
La seconda sezione del volume: frontiere, apolidia e biopolitica
La seconda sezione è la più debitrice della letteratura critica consolidata: il riferimento ad Agamben sull’apolidia e la ‘nuda vita’, ad Arendt sul ‘diritto ad avere diritti’, a Mezzadra sui confini della libertà, produce un quadro solido. Qui l’autrice mostra come la sospensione dei diritti non sia un’eccezione rispetto all’ordine giuridico ma una sua produzione strutturale: la frontiera non divide semplicemente i corpi ammessi da quelli respinti, ma costituisce una zona grigia in cui l’essere umano viene ri-classificato come corpo amministrativo prima che come soggetto di diritto. La formula di Sayad – «pensare l’immigrazione significa pensare lo Stato, ed è lo Stato che pensa sé stesso pensando l’immigrazione» – viene qui usata efficacemente come chiave di volta.
Cura, genere, resistenza
Psichiatria critica, epistemologie femministe e saperi situati
La terza sezione recupera forza analitica nella lettura della psichiatria critica italiana come contributo a una teoria della conoscenza situata, in dialogo con i ‘Mad Studies’, il ‘Neurodiversity Movement’ e le epistemologie femministe di Nancy Hartsock, Lorraine Code e Sandra Harding. L’argomento centrale – che la conoscenza degli psichiatrizzati e delle donne migranti non sia folklore da valorizzare ma epistemologia da costruire – è il contributo più problematico e più urgente dell’intero volume. Le conclusioni raccolgono i fili con lucidità, proponendo la ridefinizione della salute come condizione dinamica e asimmetrica di fronte alla vita, contro ogni ipostatizzazione normativa.
La nostalgia come dispositivo biopolitico
La nostalgia come forma di governo dei corpi: da Hofer a Foucault
Il contributo più originale del libro è, a nostro avviso, quello che occupa la prima sezione: la genealogia della nostalgia come dispositivo biopolitico e l’inserimento nel dibattito critico contemporaneo di Nereide Rudas, psichiatra sarda nata nel 1926 e scomparsa nel 2017, figura tanto interessante quanto ancora poco valorizzata della storiografia psichiatrica italiana. Queste due linee – la nostalgia come storia del controllo dei corpi in movimento, Rudas come praticante di una psichiatria culturalmente situata – si intrecciano fino a formare il nucleo concettuale più denso del volume.
Vacca ricostruisce la genesi della parola ‘nostalgia’ che nasce nel 1688, quando il giovane medico svizzero Johannes Hofer la conia per diagnosticare uno stato patologico nei soldati mercenari arruolati nell’esercito francese che, strappati alla terra d’origine, deperiscono senza causa organica apparente. Hofer chiama questo ‘sintomo dell’immaginazione lesa’ costruendo, senza saperlo, il primo soggetto medico moderno dello sradicamento. In quell’atto classificatorio Vacca legge qualcosa di fondamentale: l’ingresso del migrante nella storia della medicina come corpo malato prima ancora di essere riconosciuto come soggetto politico. Il dispositivo che lo nomina come patologico precede, e in qualche modo autorizza, quello che due secoli più tardi continuerà ad agire sui corpi che attraversano il Canale di Sicilia.
La ricostruzione storica della nostalgia è condotta con rigore filologico: da Hofer a Starobinski, da Svetlana Boym alle analisi militari ottocentesche, Vacca mostra come la categoria abbia oscillato tra patologia organica, malattia dell’anima, resistenza mascherata e metafora culturale, sempre in stretta relazione con i processi di militarizzazione, urbanizzazione e controllo delle popolazioni in movimento. Particolarmente efficace è la lettura incrociata con Foucault: la nostalgia si colloca nel cuore del processo che Foucault chiama ‘nascita della clinica’, cioè quel momento in cui il discorso medico moderno crea nuovi soggetti classificando nuovi disturbi. La dimensione politica di questa costruzione – il soldato che diserta perché malato, il migrante che ‘non guarisce’ perché la malattia è il suo unico spazio di riconoscimento – è la tesi più originale che il libro porta.
Nereide Rudas
Prima donna a dirigere un istituto di psichiatria in Europa: una figura da riscoprire
In questo contesto si inserisce Nereide Rudas, e la scelta è intelligente. Rudas non è una figura marginale per caso: è prima donna in Europa a dirigere un istituto di psichiatria, fondatrice dell’Istituto di psichiatria forense di Milano, militante dell’UDI e dell’Istituto Gramsci di Cagliari, ricercatrice che ha attraversato psichiatria, antropologia, criminologia e scrittura letteraria in un arco di lavoro di oltre sessant’anni. La sua marginalità storiografica è essa stessa un sintomo: di come la psichiatria critica italiana abbia assorbito prevalentemente le voci maschili del movimento basagliano, lasciando nell’ombra figure che da posizioni geograficamente periferiche – la Sardegna come ‘spazio atopico’ – avevano elaborato contributi di grande originalità.
Vacca individua nella produzione di Rudas tre nuclei teorici che si sviluppano in parallelo e si intrecciano progressivamente. Il primo è l’analisi dell’emigrazione sarda – in Argentina, in Francia, nel Nord Italia – come fenomeno storico e psichico insieme, condotta già negli anni Sessanta con metodologie integrate (psichiatria, antropologia, statistica) e sfociata nella ricerca per la Commissione parlamentare d’inchiesta del 1972. Il secondo è la riflessione sull’identità collettiva sarda, sulla ‘isolitudine’ – il neologismo che Gesualdo Bufalino aveva coniato in senso negativo e che Rudas riconverte in categoria analitica – e sul modo in cui la Sardegna funzioni non come sfondo folklorico ma come laboratorio epistemologico per pensare i processi di appartenenza e di sradicamento. Il terzo, il più toccante nel libro di Vacca, è la scrittura clinico-letteraria degli ultimi testi: ‘Storie senza’ (Carocci, 2001) e ‘Donne morte senza riposo. Un’indagine sul muliericidio’ (con Perra e Puggioni, AM&D 2016).
‘Storie senza’ raccoglie le narrazioni di donne internate in manicomio, restituite da Rudas nella loro irriducibile singolarità: Donna Cleto, la Principessa in stracci, Innocente la fiammiferaia, la giovane madre che uccide il proprio figlio. Sono figure che il sapere clinico ha privato due volte della voce – prima classificandole come patologiche, poi riducendo la loro esperienza a diagnosi. Una paziente dice a Rudas: «Sono malata di diagnosi, affetta da una malattia da cui non si può guarire». È la frase più bella e più precisa del libro, e viene da fuori del libro: è la voce di una donna anonima trascritta da un’altra donna, la psichiatra sarda, che aveva scelto di ascoltare. ‘Donne morte senza riposo’, invece, ricostruisce attraverso archivi quattrocento anni di storia del ‘muliericidio’ in Sardegna – una proposta terminologica deliberata di Rudas, in opposizione a ‘femminicidio’: perché a morire, dice, è una donna, non una femmina. In entrambi i testi la scrittura ibrida – tra clinica, saggistica e narrazione – è essa stessa un atto teorico: il rifiuto del linguaggio diagnostico come unico codice disponibile per parlare della sofferenza.
Qui il libro di Vacca stabilisce un legame necessario con Franca Ongaro Basaglia e Assunta Signorelli, le altre due figure femminili della psichiatria critica italiana a cui il testo riserva spazio sostanziale. Ongaro non è affatto la “moglie-collaboratice” di Basaglia: è a lei che si deve, tra l’altro, l’aver portato la questione di genere dentro il movimento deistituzionalizzante, mostrando come la psichiatria critica non potesse riformare il manicomio senza riformare il suo sguardo maschile. Nella sua lettura delle donne internate, Ongaro ricostruisce un quadro in cui la patologizzazione coincide con la punizione della trasgressione di ruolo: le donne che cercano autonomia oltre lo spazio domestico, che non corrispondono ai canoni di bellezza o di docilità richiesti, finiscono nell’istituzione come in un prolungamento del controllo familiare e sociale. «Il corpo resta la prigione in cui tutte le donne sono rinchiuse», scrive Ongaro, in una formula che anticipa di decenni alcune delle analisi del femminismo corporeo contemporaneo. Soprattutto, Ongaro afferma con chiarezza che «l’uomo è la norma» del discorso psichiatrico: chi non è uomo è per definizione anormale, e dunque potenzialmente diagnosticabile.
Assunta Signorelli, collaboratrice di Basaglia a Trieste sul finire degli anni Settanta, porta la stessa critica sul piano delle pratiche: il Centro Donna Salute Mentale che dirige a Trieste tra il 1999 e il 2000 è il tentativo di rispondere al problema di genere che la psichiatria critica aveva lasciato irrisolto, costruendo un servizio di sola utenza femminile gestito da operatrici. L’obiettivo dichiarato era permettere alle pazienti «di assumere una posizione locutoria autonoma, nell’ottica di un processo di autodeterminazione dei corpi femminili». L’esperienza è durata poco, ma la sua logica è emblematica: la cura non può ignorare il genere come struttura di potere, pena la riproduzione, dentro lo spazio terapeutico, delle stesse asimmetrie che ha prodotto la sofferenza.
Il legame tra Rudas, Ongaro e Signorelli – tre donne di generazioni diverse, tre forme diverse di fare psichiatria critica da una posizione femminile – non è esplicitato come tale nel libro di Vacca, ma emerge con chiarezza dalla lettura. Tutte e tre partono dalla stessa intuizione fondamentale: che la sofferenza psichica delle donne non sia comprensibile separandola dalla struttura di potere che le ha prodotte, e che la cura che ignora questa struttura sia, nel migliore dei casi, insufficiente, nel peggiore complice. In Rudas questa intuizione si traduce in una pratica di scrittura che restituisce nome, storia e voce alle donne che l’istituzione aveva reso anonime. In Ongaro, in un’analisi filosofica della medicina come strumento di normalizzazione. In Signorelli, in un’esperienza clinica di separazione degli spazi come gesto di resistenza. Tre risposte diverse a un problema comune.
La doppia esclusione: migranti e salute mentale oggi
Nei servizi psichiatrici italiani, la donna migrante occupa ancora una posizione di esclusione doppia
L’attualità di questo nodo è difficile da sottovalutare. Nei servizi di salute mentale italiani, la donna migrante occupa ancora una posizione di doppia esclusione: i suoi disturbi tendono a essere letti attraverso categorie diagnostiche costruite su corpi maschili e su esperienze occidentali; la sua sofferenza viene frequentemente dissociata dal contesto che l’ha prodotta – la traversata, la detenzione nei centri di accoglienza, la perdita della rete affettiva, la violenza subita, la precarietà giuridica; le pratiche di cura disponibili raramente tengono conto della sua esperienza culturale come risorsa piuttosto che come ostacolo. La ‘doppia esclusione’ di cui scrive Vacca non è un’ipotesi teorica: è la condizione strutturale di chi si trova ai margini di due sistemi di classificazione – quello che governa la migrazione e quello che governa la salute mentale – entrambi costruiti attorno a un soggetto implicito che non è lei.
Medicalizzare il presente, costruire nuova conoscenza
Due tesi strettamente connesse per ripensare i confini tra cura, sapere ed emancipazione
Le conclusioni del libro sono il luogo in cui l’autrice raccoglie i fili con la maggiore libertà speculativa. L’argomentazione si concentra su due tesi strettamente connesse.
La prima: la medicalizzazione illimitata del presente – che trasforma esperienze di vita in disturbi diagnosticabili, sofferenze collettive in scompensi individuali, resistenze in sintomi – non è una deviazione dal sistema ma la sua logica normale. Il ‘folle’, il corpo escluso, il migrante sono oggi il malato che, a causa di ‘malfunzionamenti intrapsichici’, non riesce ad adeguarsi alle esigenze di efficienza produttiva e consumistica: viene dunque ‘trattato’ senza essere escluso formalmente, trattenuto dentro la società da ‘fili e lacci invisibili’ (farmaci, colloqui, attività controllate) che garantiscono l’ordine senza ricorrere all’internamento.
La seconda tesi riguarda la conoscenza: la sfida politica più urgente non è semplicemente riformare i servizi di salute mentale o le politiche migratorie, ma costruire un’epistemologia in grado di incorporare l’esperienza vissuta dalle persone coinvolte senza immediatamente trasfigurarla in prova scientifica. Qui Vacca dialoga con Nancy Hartsock e la tradizione del femminismo dell’‘standpoint’: la conoscenza situata delle persone oppresse non ha un privilegio automatico dalla provenienza, ma solo dalla partecipazione a un processo collettivo orientato all’emancipazione. I soggetti che contano non sono soggetti individuali ma collettivi; e la loro conoscenza non divide più i domini dell’etico e dell’epistemico, ma li fonde in un sapere di coscienza di gruppo.
Una voce necessaria nel dibattito italiano
Biopolitica, migrazione e salute mentale riletti attraverso le voci dimenticate della psichiatria critica
‘Geografie dell’esclusione’ è un libro che contribuisce al dibattito italiano su biopolitica, migrazione e salute mentale con un’angolatura originale.
Il recupero di voci come la Rudas, Ongaro, Signorelli, è la dimostrazione che la psichiatria critica italiana ha avuto, accanto alle voci maschili canonizzate, voci femminili che hanno elaborato risposte più complesse e più radicali – perché partivano da posizioni più esposte, più periferiche, più attraversate dalle forme di esclusione di cui il libro parla.
Chi studia o lavora nelle istituzioni che governano le migrazioni, nei servizi di salute mentale territoriale, troverà nel libro di Vacca strumenti per pensare quello che quotidianamente osserva: il linguaggio diagnostico come atto di de-soggetivizzazione.
Perché la frontiera è un dispositivo che agisce non solo ai porti ma negli sportelli dei servizi sociali e nelle corsie psichiatriche e lo spazio della cura per essere davvero tale deve essere luogo di riconoscimento politico.
