«Volevo aggiungere anche delle condizioni in cui mi trovo in carcere, non ho nessun tipo di supporto da parte della sanità, soffro di depressione e più volte ho tentato di impiccarmi. L’ultimo episodio è di fine agosto intorno alle ore 15».
Le cerbottane contro cannoni
Sono trascorsi giusto vent’anni da quando è stata approvata la legge regionale che ha istituito in Campania la figura del Garante delle persone sottoposte a misure restrittive della libertà personale in Campania. Era il 24 luglio 2006. Il Garante è un organismo autonomo chiamato a intervenire in uno dei luoghi nei quali il potere pubblico si manifesta nella sua forma più intensa e meno visibile: la privazione della libertà. Il suo compito è vigilare sull’effettivo rispetto dei diritti delle persone ristrette, ricevere segnalazioni, visitare i luoghi di detenzione, sollecitare le amministrazioni competenti, formulare osservazioni e proposte, favorire il raccordo tra carcere, sanità, servizi sociali, enti locali, magistratura e società civile.
La legge campana comprende nel suo campo di tutela non soltanto le persone detenute negli istituti penitenziari e negli istituti penali per minorenni, ma anche quanti si trovano nelle Rems, nelle strutture sanitarie in trattamento sanitario obbligatorio. Si trattava di una legge avanzata, approvata quando in Italia mancava ancora un’autorità nazionale di garanzia. Il Garante nazionale dei diritti delle persone detenute è stato infatti istituito solo nel 2014.
Il recente libro di Samuele Ciambriello, attuale Garante regionale della Campania e portavoce della Conferenza nazionale dei Garanti territoriali, Lettere al Garante. Voci dal carcere tra diritti negati, paure e speranze, edito a maggio da IOD nella collana Cronisti scalzi è l’occasione per trarre una sorta di bilancio e per fare il punto sullo stato delle carceri in Campania attraverso testimonianze dirette. Sono 128 pagine costruite attorno a lettere autentiche inviate da persone detenute. Non un trattato sul carcere o una riflessione teorica ma una raccolta di documenti umani e di fatto “politici” provenienti dal suo interno.
Nella prefazione Stefano Anastasia descrive l’azione dei Garanti coni questa immagine: usiamo «le nostre cerbottane contro i loro cannoni». La cerbottana è l’ascolto, la visita, la lettera protocollata, la telefonata a una direzione sanitaria, la segnalazione alla magistratura, la richiesta di trasferimento, il richiamo a una norma. I cannoni sono invece la forza d’inerzia dell’amministrazione, il sovraffollamento, la burocrazia, la scarsità di personale, la cultura punitiva e la distanza tra il diritto proclamato e quello praticato.
«Avremmo potuto, come tutti, far meglio», scrive Anastasia, «ma a quanti sarebbe andata peggio se non avessero incontrato Samuele quel giorno in quel carcere, se non avessero scritto quel giorno quella lettera a quel garante?». È la domanda intorno alla quale ruota l’intero libro. Il Garante non dispone del potere necessario a risolvere tutti i problemi che incontra. Può però interrompere l’isolamento istituzionale della persona, rendere visibile una sofferenza, obbligare un ufficio a rispondere, trasformare un’esperienza individuale in una questione pubblica. In un sistema chiuso, persino il passaggio di una voce da dentro a fuori può produrre effetti concreti.
Vent’anni dopo, tuttavia, quella funzione di garanzia si esercita in un sistema penitenziario vicino al collasso. Il XXII Rapporto di Antigone sulle condizioni di detenzione, significativamente intitolato Tutto chiuso, fotografa una situazione nella quale l’emergenza è la forma ordinaria di governo del carcere.
Al 30 aprile 2026 le persone detenute in Italia erano 64.436, a fronte di una capienza regolamentare dichiarata di 51.265 posti. Ma i posti realmente disponibili erano soltanto 46.318. Ne deriva un tasso di affollamento effettivo del 139,1 per cento. In 73 istituti il sovraffollamento raggiunge o supera il 150 per cento; in otto carceri oltrepassa il 200 per cento.
I numeri non dicono soltanto quante persone dormono in una cella. Quando le presenze aumentano senza che aumentino in misura adeguata medici, educatori, psicologi, mediatori culturali, assistenti sociali e personale penitenziario, ogni diritto diventa una risorsa scarsa. E un diritto che dipende dalla disponibilità occasionale di personale, mezzi o scorte smette progressivamente di essere un diritto per divenire una concessione.
La grammatica spezzata dei diritti
Il volume ordina le lettere per grandi aree tematiche: violenza, paura e maltrattamenti; sovraffollamento e degrado; territorialità della pena e diritto agli affetti; salute negata; ritardi della magistratura di sorveglianza; solitudine, isolamento e rischio suicidario; rapporti tra madri, padri e figli. I testi sono pubblicati nella loro forma originale.
La prima sezione mostra come la violenza penitenziaria non abbia un’unica origine. Un detenuto descrive un’aggressione maturata dopo una semplice “domandina”, la richiesta scritta attraverso la quale in carcere si cerca di parlare con un operatore o di ottenere qualcosa. Trasferito in una sezione presentata come premio per la buona condotta, trova ambienti fatiscenti, odore di liquami, fili elettrici scoperti e celle degradate. Dopo aver presentato la richiesta, viene convocato da altri detenuti e aggredito. Le sue denunce e le domande di protezione non impediscono che venga ricollocato nella stessa sezione dei presunti responsabili.
Un’altra lettera racconta la mancata protezione di un giovane senegalese minacciato da alcuni detenuti perché non voleva comprare droga. Chi scrive riferisce di avere avvisato gli agenti, senza ottenere interventi efficaci. La risposta dell’istituzione consiste nella chiusura in cella delle persone minacciate, mentre gli autori delle intimidazioni continuano a esercitare il proprio controllo sulla sezione.
La restrizione ulteriore imposta a chi dovrebbe essere tutelato è una delle contraddizioni ricorrenti del carcere: per proteggere una persona la si isola; per evitare un’aggressione la si sottrae alle attività; per gestire una fragilità la si chiude ancora di più. La tutela assume così la stessa forma materiale della punizione.
Altre lettere riferiscono presunte violenze da parte di appartenenti alla polizia penitenziaria. Sono testimonianze e come tali devono essere trattate. Ma sarebbe scorretto liquidarle come episodi isolati o narrazioni inattendibili in partenza. Il Rapporto Antigone 2026 invita esplicitamente a superare la teoria delle “mele marce”: la diffusione territoriale delle denunce e dei procedimenti impone di interrogare anche le condizioni organizzative, le culture professionali, i meccanismi di copertura e l’assenza di trasparenza che possono rendere possibile l’uso illegittimo della forza.
La violenza quando assume una forma sistemica prescinde dai singoli episodi e diviene una condizione inumana di vita quotidiana. Un detenuto descrive un carcere «dimenticato dal mondo», nel quale convivono sovraffollamento, lontananza dalla famiglia, mancate risposte alle istanze, degrado materiale e un clima dominato dalla paura. La figlia, racconta, è seguita da uno psichiatra infantile per le conseguenze della separazione; il padre è malato di tumore; i colloqui sono rarissimi a causa della distanza. Le richieste di trasferimento presentate da lui e dall’avvocato restano senza risposta. Poi la lettera cambia registro: dalla vicenda personale passa a una denuncia collettiva degli «abusi di potere», delle violazioni del regolamento e delle condizioni nelle quali vive l’intera popolazione detenuta. Qui emerge con chiarezza ciò che si potrebbe definire violenza dell’istituzione in quanto tale che non coincide necessariamente con un pestaggio o con una condotta individuale penalmente rilevante. È prodotta dall’accumulo di omissioni, ritardi, spazi degradati, risposte mancate e procedure incomprensibili. È la violenza di un sistema nel quale nessuno sembra personalmente responsabile.
Il sovraffollamento non è quindi soltanto una questione di metri quadrati. Produce conflittualità, riduce la possibilità di osservare le fragilità, rende più difficile l’accesso ai servizi, costringe a una convivenza continua e annulla la riservatezza. Indebolisce tanto i diritti dei detenuti quanto le condizioni di lavoro degli operatori. Trasforma il carcere in un ambiente che amplifica i problemi sociali, sanitari e relazionali che avrebbe il compito di affrontare.
C’è una madre trasferita fuori dalla Campania per sovraffollamento, con un figlio di otto anni e una madre di 66 anni sottoposta a terapia oncologica, l’unica persona che riusciva ad accompagnare il bambino ai colloqui. Dopo il trasferimento comincia uno sciopero della fame: «Mi hanno strappato il cuore dal petto togliendomi la possibilità di vedere mio figlio». Quando il carcere recide i rapporti familiari, non colpisce soltanto chi è stato condannato: estende di fatto la pena a persone che non hanno commesso alcun reato.
La salute è l’altro grande asse del libro. Storie nelle quali visite specialistiche vengono rinviate, esami saltano per mancanza di scorta, patologie croniche non sono adeguatamente seguite e interventi chirurgici vengono differiti. In una delle lettere un uomo affetto dal morbo di Crohn non domanda la libertà ma chiede soltanto di essere operato in un centro specializzato.
«Se dovessi essere ancora vivo»
Le pagine più drammatiche sono quelle dedicate al rischio suicidario. Un detenuto ringrazia Ciambriello perché «sono felicissimo di sapere che qualcuno mi pensa». Poi comunica di soffrire di depressione e di avere tentato più volte di impiccarsi. Nonostante un giudice abbia prescritto un ricovero ospedaliero urgente racconta di non essere stato trasferito. Ha chiesto colloqui con psicologi e psichiatri, ma le visite non sono avvenute. Conclude: «Attendo una vostra risposta se dovessi essere ancora vivo».
Alla lettera di un’altra persona detenuta, viene allegato il messaggio del compagno di cella che racconta un tentativo di strangolamento con un cappio, interrotto soltanto dall’intervento casuale di qualcuno che, passando davanti alla stanza, aveva sentito dei rumori.
Un detenuto scrive: «Faccia presto a venire, perché non so quanto ancora riuscirò a resistere qui». Chi scrive descrive una «crisi totale», l’insonnia, la paura, la sensazione che nell’istituto tutto sia apparenza e che nessuno mostri ciò che accade realmente. Teme inoltre che la lettera possa diventare motivo di ulteriore esclusione. «Sono arrivato al punto che farò qualche sciocchezza», avverte.
Nel 2025, secondo il Rapporto Antigone, nelle carceri italiane sono morte 254 persone; 76 suicidi sono stati registrati dal Garante nazionale. Considerando anche i primi mesi del 2026, Antigone ricostruisce 106 suicidi. In 65 dei 189 istituti italiani si è verificato almeno un evento suicidario. Il 75 per cento dei suicidi del 2025 è avvenuto in sezioni a custodia chiusa.
Il suicidio in carcere viene spesso rappresentato come un evento individuale e imprevedibile. Le lettere raccolte da Ciambriello mostrano invece segnali ripetuti: isolamento, trasferimenti lontano dagli affetti, mancato accesso alla cura, insonnia, umiliazione, attese senza risposta, paura di subire violenza, perdita di prospettive. Il gesto estremo non può essere spiegato con una sola causa, ma può maturare dentro una costellazione riconoscibile di fattori istituzionali e relazionali.
A che serve il carcere: vendetta o giustizia?
Nulla conta davvero nei discorsi sul carcere se non si ascoltano e non si leggono le testimonianze dirette di chi il carcere lo vive. Senza le voci delle persone detenute rischiamo di parlare del carcere come di un edificio contenitore, di un costo o di una questione di ordine pubblico, dimenticando che è innanzitutto una relazione di potere esercitata su corpi e storie concrete. Nel libro Samuele Ciambriello accenna alla necessità di “ritrovare la speranza”
La prima chiave di lettura possibile del libro è dunque quella dei diritti. La libertà personale può essere legittimamente limitata nei casi e nei modi previsti dalla legge; la dignità, la salute, l’integrità fisica, l’affettività e il diritto a non subire trattamenti contrari al senso di umanità non possono invece essere sospesi. La pena prevista dalla sentenza è la privazione della libertà. La malattia non curata, la violenza, l’umiliazione, la lontananza arbitraria dai figli e il degrado non fanno parte della condanna. Tutti sappiamo, però, che il carcere genera inesorabilmente questo “plusvalore di inumanità” tanto più inumano quanto più alto è il livello di affollamento.
La seconda chiave di lettura ci apre una questione politico-culturale più profonda. Il carcere descritto da queste lettere è il luogo nel quale una determinata idea di società mostra le proprie conseguenze estreme. Una società che tratta problemi complessi — dipendenze, disagio mentale, povertà, immigrazione, marginalità urbana —attraverso il diritto penale finisce per affidare al carcere funzioni che esso non può svolgere. Gli chiede di curare, contenere, educare, senza fornirgli risorse adeguate a nessuno di questi compiti.
Il risultato è un’istituzione che raccoglie le fragilità sociali e spesso le restituisce aggravate. I dati sulla reiterazione delle carcerazioni sono eloquenti: alla fine del 2025 soltanto il 40,8 per cento dei detenuti era alla prima esperienza detentiva; il 59,2 per cento aveva già conosciuto il carcere. Il Rapporto Antigone parla di una “trappola sociale”, capace di riprodurre la propria utenza.
Infine, il tema delle vittime. Spesso la critica al modello detentivo viene vista come mancata solidarietà alle vittime di un reato, specie nel caso di reati violenti contro la persona. Nulla di più ingiusto. Affermare che una pena disumana non protegge le vittime non significa minimizzare il male prodotto dai reati. Significa proprio rovesciare i discorsi di vendetta dello Stato e introdurre politiche preventive e forme di giustizia riparativa nei confronti delle vittime. L’idea di una politica che intervenga prima della “necessità del carcere” e che non mostri i muscoli a cose accadute. Un carcere che non rispetta i diritti delle persone detenute finisce per non rispettare neppure il diritto delle vittime e non costituisce certo una società più sicura.
Il merito principale di Lettere al Garante è allora quello di sottrarre il carcere all’astrazione. Ciambriello non presenta casi esemplari nel senso edificante del termine. Raccoglie domande incomplete, paure, proteste, documenti e richieste spesso minime. Le espone allo spazio pubblico perché non scompaiano nel silenzio.
Queste lettere costringono chi legge a domandarsi che cosa rimanga della “legalità” quando proprio il luogo deputato a eseguire la legge produce condizioni incompatibili con la Costituzione. E ricordano che il grado di civiltà di una democrazia non si misura soltanto nei diritti riconosciuti alle persone rispettabili, integrate e ricche, ma nella capacità di continuare a vedere come persona chi è stato affidato interamente al potere dello Stato e a interrogarci davvero sulle fondamenta di questo potere.
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