Senza Fine | Per una biografia politica di Sergio Piro

Lotta, linguaggio e liberazione. Psichiatra, intellettuale e militante, Sergio Piro ha intrecciato ricerca scientifica, pratica della cura e impegno politico.





Considerazioni tristi e pessimismo grave. Eppure, quel movimento non è mai morto, come non sono mai morti gli ideali di eguaglianza, giustizia e libertà. Bisogna attivamente sopravvivere alla restaurazione andando avanti nel processo trasformazionale e nel lavoro intellettuale che vi è connesso.

Sergio Piro

È difficile, forse impossibile, fare sintesi della vita intensa e lunga, intessuta di lotte anti-manicomiali, pratiche di cura, ricerca e formazione. «Mi chiamo Sergio Piro e sono uno psichiatra, benché questo termine non mi piaccia molto», è il significativo incipit di una sua conversazione con gli studenti. E difatti Piro è stato molto di più, una intelligenza che ha spaziato dalla semantica alla filosofia, dalla linguistica alla musica classica, dall’antropologia alla psichiatria con un rigore metodologico che ancora oggi lascia stupiti. Anticipatore dei movimenti di critica psichiatrica, di cui fu la figura di maggior rilievo nel Mezzogiorno, protagonista di lotte antistituzionali e di nuove esperienze territoriali. E allora tracciamo qui per accenni una mappa imperfetta e incompleta della sua biografia per consentire a chi lo incontra in questa opera per la prima volta di cogliere i tratti essenziali del suo impegno politico e culturale

Dagli anni di guerra alla critica istituzionale: la sfida di Materdomini

Sergio Piro, nasce a Palma Campania nel 1927, trascorre la prima infanzia a Olbia; quindi, si trasferisce a Napoli dal 1934. Adolescente, fa esperienza diretta della guerra, dei bombardamenti sulla città e della resistenza di popolo contro i nazifascisti culminata con le “quattro giornate”, maturando la propria adesione all’antifascismo ancor prima di concludere gli studi liceali. Sarà lo stesso Piro a evidenziare quel momento come cruciale nella propria formazione umana e politica

Quindi io vissi questi anni, dai 7 ai 14 anni, in questa situazione di ostilità e di speranza che qualche evento, anche la guerra, ci riportasse a vivere in Sardegna. Ma poi venne la guerra e caddero su Napoli 28mila bombe, cosa che non è una lamentazione per Napoli ma per la guerra in generale. Non fu eccezionale: Dresda ebbe anche di peggio, Hiroshima e Nagasaki peggio ancora, ma Napoli fu provata molto duramente. Allora, durante i bombardamenti aerei era facile, se tu eri per via, doverti rifugiare da qualche parte; dove io vivevo avevamo un rifugio notturno in cui si passarono ore lunghissime: ma non era questa l’esperienza. L’esperienza era quella del bombardamento diurno che ti coglieva di sorpresa e non c’era altro da fare che andare nel rifugio più vicino: in quella occasione incominciai a vedere le grotte e le caverne.

Le bombe arrivavano all’improvviso, si sentivano esplosioni, ululati e incominciai ad osservare la gente. E lì questa mia impressione di Napoli cambiò in maniera inizialmente sospesa poi radicale, perché cambiò il sentimento, non solo il giudizio – anzi quello prima ancora – perché lì io ebbi la tangibile visione di un popolo eroico e silenzioso, duro, che si organizzava, che rispettava il silenzio, rispettava regole di solidarietà che mai in superficie si sarebbe sognato di rispettare.

Al principio mi parve un contrasto; poi mi resi conto che solo apparentemente questo contrastava con l’espressione poetica, l’ironia scanzonata, il lirismo, l’individualismo, che solitamente si attribuiscono ai napoletani. Tutto ciò ha il suo punto massimo nel ’43, quando io vivevo fuori di Napoli ma presi tutti i peggiori bombardamenti perché un po’ ci venivo e un po’ ci scappavo; in quelle bombe si risolse anche la mia personale situazione non solo di accettazione di questa mia nuova patria, ma anche la vicenda tormentata per i ragazzi di quell’età di scelta definitiva tra fascismo e antifascismo e solo lì, in quei sotterranei, questa vicenda si poteva chiudere con una scelta di giustizia e di libertà .

Dal 1946 al 1951 frequenta la Facoltà di Medicina e Chirurgia di Napoli. Dopo la laurea fa il medico volontario nella Clinica delle malattie del sistema nervoso. Risalgono a questi anni i primi lavori sulla dissociazione semantica nel parlato degli schizofrenici . Libero docente in psichiatria presso l’Università di Napoli e in clinica delle malattie nervose e mentali fino al 1965. Nel 1959 accetta la direzione dell’Ospedale psichiatrico Materdomini di Nocera Inferiore e Superiore, Opera Pia convenzionata con la Provincia, dove si confronta con l’abbandono manicomiale, i letti di contenzione, i dispositivi di violenza psichiatrica. Avvia quindi tra il 1965 e il 1969 un percorso complesso, di riforme e di aperture nelle quali sono coinvolti, non senza difficoltà, ma in modo determinante, infermieri e familiari, e realizza il primo esperimento di ospedale aperto e comunitario, secondo in Italia dopo quello di Franco Basaglia a Gorizia. Come ricorderà anni dopo lo stesso Piro

A metà degli anni Sessanta vi erano due sole direzioni di manicomio in mano a gente di questo gruppo [di psichiatria critica]: una era quella di Basaglia ed una era la mia. C’è questa telefonata che io schematizzo un po’: “Franco è vero che tu vuoi fare una comunità terapeutica in tutto l’ospedale? A me sembra una pazzia”. Lui risponde “Perché ti sembra una pazzia?” Ed io “Perché il nostro amico comune, Maxwell Jones, l’ha fatta con trenta persone di un reparto unico. Noi abbiamo tanti reparti e mille ricoverati”. Risponde “Ed io la faccio in tutti i reparti, e poi faccio un’assemblea generale a cui affluiscono”. La cosa importante è che lo fece, per cui io […] non potetti che cercare di imitare

L’esperienza si conclude il 23 febbraio 1969, quando è costretto al licenziamento al culmine degli scontri con la proprietà dell’ospedale psichiatrico e con le forze conservatrici sia interne (tra cui le suore che lamentano, tra l’altro, il libero frequentarsi di ricoverati maschi e femmine) che esterne (le forze politiche che guardano con sospetto e preoccupazione a un’esperienza che inizia ad avere valenza politica con il coinvolgimento di lavoratori e studenti). Tra le cause dell’allontanamento, anche l’incontro, nel 1965 con il fotoreporter Luciano D’Alessandro al quale Piro consentì di documentare per tre anni, l’interno di una realtà manicomiale. Viene così pubblicato un volume fotografico “Gli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale” , le cui immagini costituiscono ancora oggi il primo documento fotografico della condizione degli internati, insieme alle foto di Carla Cerati e di Gianni Berengo Gardin . Il libro contribuisce alla nascita e allo sviluppo nei movimenti e nella opinione pubblica di una cultura di critica alla istituzione manicomiale. Le stesse immagini, alcune delle quali già utilizzate per il documentario 1904 n. 36 di Riccardo Napolitano , sono restituite anche in un altro importante reportage, realizzato dal regista Michele Gandin. Gandin, operando a stretto contatto con D’Alessandro e Piro, ripercorrere la storia del Materdomini dalla fase precedente alla comunità terapeutica alla sperimentazione della stessa, fino alla sua conclusione, con il ritorno della violenza istituzionale, cui però si contrappone un je accuse finale, che ascoltiamo con la voce di Riccardo Cucciolla, ed è scritto da Sergio Piro:

Tutto ora sembra tornato come prima, c’è di nuovo il silenzio, ciascuno sembra di nuovo solo con se stesso, ma tutte le cose che erano finite e che ora ritornano, i cancelli, le camicie di forza, I giorni vuoti, la paura dei carcerieri, il divieto di uscire, il vitto cattivo, il gelo, il vuoto, l’orrore totale, tutte queste cose che tornano ora prendono per noi un significato, e noi non possiamo smettere di capire, non possiamo più accettare tutto questo come una condanna ineluttabile, come una malattia. Ora sappiamo che questo ci è fatto da voi. Così alle cose che ci hanno detto nessuno può credere, perché ciascuno di noi ha potuto riflettere, e perché tra noi la comunità non è ancora finita. Oggi noi forse capiamo le cose ancora di più dei medici che sono stati cacciati via, perché noi siamo poveri e abbiamo conosciuto il limite estremo di questa nostra povertà. Noi accusiamo. Accusiamo gli infermieri violenti che diventando i nostri carcerieri tradiscono i figli della loro stessa classe. Accusiamo gli psichiatri che forniscono alla società i pretesti pseudoscientifici per ratificare la nostra esclusione. Accusiamo i medici ospedalieri che ci utilizzano come oggetti per rafforzare i loro interessi di classe e il loro potere. Accusiamo gli amministratori pubblici e private organizzatori dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Accusiamo i funzionari responsabili della rete di complicità e di silenzio che avvolge la nostra condizione. Accusiamo la classe politica dirigente perché esprime e difende gli interessi di coloro che ci escludono. Accusiamo tutti voi che passivamente accettate una generale condizione di alienazione, di cui noi non siamo che gli esempi estremi

Teoria e prassi: Il linguaggio schizofrenico e Le tecniche della liberazione

Nel 1967 Piro pubblica, con la casa editrice Feltrinelli, Il linguaggio schizofrenico. Il testo ha una tesi di fondo che rimarrà sempre alla base di tutto il successivo lavoro di ricerca di Piro che pure si svilupperà su piani diversi

Quale che sia il contributo che l’analisi semantica del linguaggio possa dare, a livelli diversi, alla clinica psichiatrica, alla psicopatologia teoretica, all’antropologia fenomenologica, non v’è dubbio che ogni via di accostamento all’uomo schizofrenico deve passare attraverso il linguaggio, poiché v’è in esso ogni indizio e ogni espressione che possa rivelarlo nella sua interezza. Il linguaggio schizofrenico trascina con sé, in una sovrapposizione sconcertante e peculiare, il segno di una metamorfosi disumana e l’espressione di un fallimento tragicamente umano. Nel paesaggio devastato dalla schizofrenia le rovine delle cose familiari e dei simboli umani sono spietatamente investite dalla luce irreale e minacciosa di un sole estraneo: là dove l’assurdo e il comprensibile, l’atroce e il patetico, il mutamento pauroso e la ricerca di pace, la trasformazione surreale dei simboli e la semplicità degli affetti, si mescolano senza fondersi e si sovrappongono senza unificarsi, in una contraddizione che non si risolve, in una tensione che non si allenta, là è la schizofrenia. Il linguaggio è la sua cifra misteriosa e inconfondibile

Nel 1971 è la volta di Le tecniche della liberazione. Una dialettica del disagio umano. Nella introduzione il nostro spiega che il libro “deve essere considerato come un appunto di lavoro e più precisamente, nelle mie intenzioni, come un momento di riflessione teorica derivante da una prassi specifica e da una prassi generale”. È un libro in cui è centrale la metodologia dialettica in senso non accademico, ma, potremmo dire, operativo. L’ultimo capitolo, dedicato alle tecniche di liberazione, contiene indicazioni “pratiche” sulle tecniche che in senso immediato aprono una strada, fatta di lotte e contraddizioni, verso la “liberazione” (non solo dalla sofferenza psichica).

È un testo che, come è evidente sin dalle prime battute, si inserisce in una precisa fase storica e politica e nel quale sono evidenti gli echi di lotte in corso e di una visione politica e sociale marxiana. Sergio Piro, dopo questo libro, continuerà una ricca produzione letteraria e scientifica, pertanto è chiaro che, le sue posizioni teoriche si sono mosse lungo nuovi filoni e altri linguaggi, spaziando ben oltre la psichiatria.

La chiusura dei manicomi, verso i servizi territoriali

Nel 1974 l’Amministrazione provinciale di Napoli, per recuperare consenso per le critiche alla condizione dei pazienti nei manicomi provinciali, decide di modernizzare l’assistenza ospedaliera dividendo il Leonardo Bianchi in cinque unità e affidando la direzione di una di queste a Piro. Si costituisce così un gruppo di operatori che intende svolgere una attività terapeutica comunitaria. Nel mentre Piro è tra i fondatori di Psichiatria Democratica e farà parte della segreteria nazionale dal 1976 al 1981. L’esperienza napoletana assume rilievo nazionale e si salda con quella basagliana. In un volume collettaneo viene raccontato il lavoro svolto e il senso politico che esso assume.

Il modello di lavoro interno era, all’epoca, tendenzialmente comunitario, con una serie di adattamenti e talora di compromessi: ad esempio, i nostri pazienti erano infinitamente più liberi rispetto alle altre unità, con la possibilità̀ di uscire dall’ospedale, ma senza quella di attraversare alcune parti dell’ospedale a gestione tradizionale. (…) Uno degli aspetti positivi di quel periodo era l’atteggiamento degli infermieri, soprattutto i più giovani. Costoro seguivano con interesse le cose che si facevano, entravano nel merito del tipo di lavoro e, attraverso il dibattito politico, culturale e metodologico dei corsi di qualificazione, interamente trasformati, capivano il senso di una prima sgrossata anti-istituzionale che aveva come obiettivo il territorio

Nel novembre 1975 l’équipe si trasferisce nelle nuove strutture dell’Ospedale psichiatrico Frullone, nato come secondo ospedale psichiatrico napoletano e la cui costruzione si limitò a tre padiglioni. La posizione geografia rende il Frullone autonomo e collegabile con il territorio. Si avviano progetti per il reinserimento dei lungodegenti e per ridurre l’ospedalizzazione. Si sviluppano i contatti con il vicino Centro di medicina sociale di Giugliano. Appare chiaro che vi è una correlazione tra il lavoro sul territorio e la trasformazione anti-istituzionale che modifica anche l’idea stessa della comunità terapeutica. Allo stesso tempo, insieme al lavoro intrapreso per aprire il manicomio al territorio, si avvia una attività di formazione per il personale medico e infermieristico. Ogni martedì nella sala della direzione sanitaria, Piro raccoglie studenti, giovani psichiatri, operatori invitandoli “a non essere mai soddisfatti delle interpretazioni offerte, mai tranquilli al cospetto di un significato che pareva saturare il campo del possibile. Egli invitava a cogliere sempre, al di là delle verità circolanti, ciò che era stato dimenticato, lasciato in disparte o esplorato frettolosamente, e da quello ricominciare” (…) Come ricorda Roberto Beneduce, che a qui seminari partecipa in prima persona, “il lavoro sulla storia della psichiatria (…) diventava il laboratorio per un ripensamento sistematico delle procedure di conoscenza della follia, dell’altro sofferente, sottratto una volta per tutte ai cristalli purissimi di una fenomenologia impeccabile nelle sue descrizioni quanto, spesso, impotente o incapace di produrre reali cambiamenti nello spazio della cura”. L’esigenza di organizzare in modo strutturato questo lavoro di formazione e di dargli una “formalizzazione” porta alla creazione del Centro ricerche sulla psichiatria e le scienze umane (1978) che negli anni 2000 si trasformerà in una Fondazione. Nel 2002 Piro si dimette dalla Fondazione a causa della pubblicazione senza la sua autorizzazione di un catalogo di offerta di formazione psichiatrica e medica. Nella sua lettera di dimissioni Piro scrive che l’affarismo formazionale “sta distruggendo completamente il programma di una formazione in cui il pubblico servizio di salute mentale sia costruttore, agente e promotore della formazione”.

Antropologia e trasformazione: la “diadromia”

Negli anni ’80, in una fase di reflusso del movimento di critica psichiatrica, Piro si impegna a rendere operativa la riforma disegnata dalla legge 180 e a essere il principale redattore della legge regionale n. 1/1983 con cui la Regione Campania strutturava i servizi territoriali di salute mentale. In quegli anni riprende l’attività di docenza universitaria e non manca di intervenire pubblicamente sui temi di maggiore attualità politico e culturale. Il lavoro di ricerca procede incessante e negli anni ’90 si sposta in un campo epistemologico che Piro definirà quello delle “scienze antropologiche trasformazionali” ovvero quell’insieme di studi che indagano le trasformazioni dell’orizzonte culturale e conoscitivo collettivo. Il termine viene adoperato in luogo di “scienze umane” in modo polisemantico, con un significato categoriale sussuntivo e operazionale.

Il concetto di “transformazionalità” del mondo umano si fonda su una tesi che coincide con la tesi fisica secondo la quale il verso del tempo dell’universo è quello in cui l’entropia va crescendo. La cifra dell’umano va colta in questa dinamica in cui ogni trasformazione è tempo incarnato in un significato e tentativo di inseguirla nel futuro prossimo. Se il lavoro operativo giunge a termine nel 1995, quando chiude la carriera pubblica come responsabile dell’area dipartimentale salute mentale della ASL di Napoli, la sua attività politica, culturale, formativa non conosce interruzioni. Sergio prosegue la sua incessante ricerca che dal solco della antropologia trasformazionale (primi anni ’90) lo porta al campo della “ricerca diadromica-trasformazionale”

Come si è accennato in scritti precedenti διάδρομος è ciò che corre di qua e di là; διάδρομή è il correre a traverso, il correre di qua e di là, l’andare e venire. Il termine diadromía/diadromico è stato casualmente introdotto da chi scrive nel 1990 in usi marginali o allusivi, ma comunque connessi con l’oscillare da un estremo all’altro o, anche, con il rovesciamento dei piani della narrazione antropologica: “La diadromia dovrebbe essere intesa, in odo approssimato per il carattere stesso di ciò che si intende, come una proliferazione locale di spunti teorici mutualmente incompatibili”

Forum Salute Mentale, movimento no-Global e lotta per la chiusura degli OPG

Il lavoro politico e quello di ricerca proseguono di pari passo, Piro conduce gruppi di ricerca multidisciplinari sul tema dell’abbandono dei sofferenti psichici, è protagonista della nascita del Forum Salute Mentale. La sua attività di pubblicista, recentemente raccolta in un volume , è intensa ed è l’occasione per denunciare “il tradimento” dello spirito della riforma psichiatrica e lo stato di crisi dei servizi di salute mentale.

Proprio dalle pagine del quotidiano la Repubblica, a proposito del rogo di una struttura residenziale nella quale persero la vita nel 2001, ben 19 persone Piro scrive che, se la struttura fosse stata nell’abitato, la popolazione avrebbe dato un immediato soccorso e avrebbe probabilmente salvato molte altre persone; senza sovraffollamento vi sarebbe stato un minor numero di morti. Anche prima del tragico rogo, i pazienti vivevano in una comunità isolata come un manicomio e potevano avere il vantaggio della comunità ma non quello, terapeuticamente essenziale, del rapporto diretto e personalizzato con il territorio”. Si sarebbe dovuto offrire a quelle persone “una casa, l’inserimento in un abitato, un modo per rifarsi una vita autonoma – scrive Piro – e invece furono dati loro una struttura arrangiaticcia e distante dall’ abitato, isolamento, esclusione dalla popolazione, mancanza di reinserimento sociale, morte atroce” .

Negli anni 2000, Sergio Piro, osservatore sempre attento e partecipe ai processi politici locali come a quelli internazionali, partecipa con entusiasmo al c.d. movimento no-global fin dagli esordi e mette a disposizione la sua autorevolezza nella tutela degli spazi sociali autogestiti e nella difesa dei manifestanti oggetto di pretestuose quanto inconcludenti inchieste giudiziarie.

L’11 settembre 2001 si riapre di nuovo la ferita della guerra. Piro si trova infatti a New York il giorno dell’attentato alle Torri Gemelle e assiste alla tragedia mentre sta attraversando Broadway. La colonna di fumo gli richiama alla memoria i bombardamenti di Napoli del 1943. Scrive:

Per me l’impatto trasformazionale di quell’essere stato lì è stato molto forte, pari a quello che, all’altro estremo della mia vita, fu rappresentato dagli eventi bellici della guerra a Napoli e in Campania: ora tutto mi appare più chiaro, più duro, più estremo. Bisogna avere più forza e risoluzione. La solidarietà con il popolo americano e e il dolore per le perdite non possono in nessun modo essere confusi con una complicità con i governi che vogliono la guerra. Né mai alcuna simpatia potrebbe mai provarsi per il grande terrorismo internazionale, complemento necessario della guerra imperiale, e ad essa collegato da interessi e contrasti, da complicità antiche e recenti

È urgente, allora, il rifiuto definitivo e totale della guerra come metodo politico, perché questo rifiuto è il primo passo “per il ripristino del diritto alla vita, alla salute, alle risorse, all’acqua, alla terra, alla libertà di tutti i cittadini del mondo da quelli della meravigliosa Manhattan a quelli dei deserti aridi e assetati dell’Africa profonda”.

Nel 2006 pubblica il suo ultimo libro “Il Trattato della ricerca diadromico trasformazionale” che, come ha scritto Mancini è “sia la storia breve ed essenziale di una ricerca personale durata più di cinquanta anni partendo dalla semantica del linguaggio schizofrenico, sia un manuale utilizzato da ricercatori molteplici e diversi (psichiatri, medici specializzandi in psichiatria, studenti in medicina, malati “mentali”, volontari, giovani dei Centri Sociali) per una ricerca (…) nel campo unificato dell’esclusione sociale e dell’abbandono istituzionale: è un campo che opera una connessione fra forme di esclusione e di abbandono, ma che pone anche osservante e osservato, in quanto soggetti che vivono la medesima condizione di emarginazione e negazione dei diritti, sullo stesso piano da un punto di vista operazionale” .

Accanto al lavoro di ricerca, ancora la lotta sul campo. Si espone in prima persona per sostenere la campagna per la chiusura degli Ospedali Psichiatrici Giudiziari (che si realizzerà qualche anno dopo la sua scomparsa). Questo quanto riporta il quotidiano il Manifesto della visita di una delegazione parlamentare nell’Ospedale psichiatrico giudiziario di Napoli:

In una cella, solitario, tremante, a piedi nudi, un uomo è inginocchiato appoggiato alle sbarre della porta. Gli passano tutti di fronte con estrema indifferenza. Sergio Piro si ferma, si inginocchia gli stringe la mano (“stringete le mani ci dice, è importante il contatto è importante”, ripete). Gli domanda il nome. Lorenzo M. ha circa cinquanta anni, tremante biascica qualcosa e ci chiede una sigaretta. La sua cella come tutte quelle che incontriamo, salvo rare eccezioni, è desolatamente vuota e sporca. Nei corridoi l’odore di urina è spesso fortissimo, in diverse celle, piene di rifiuti, manca il televisore

Praticare insieme vita e ricerca

Il 7 gennaio del 2009 Sergio Piro si spegne nella sua casa “seduto alla scrivania, davanti allo schermo del computer e appoggiato allo schienale della poltroncina” come se stesse studiando . La sua vita, il suo impegno politico e il suo lavoro di ricerca ci lasciano più di un insegnamento. Primo tra tutti, che la cura è l’espressione di una ipotesi politica egualitaria che riguarda i curanti e i curati e non si può ridurre a “intervento tecnico” . Se da un lato, prendersi cura significa avere attenzione per la storia e la biografia della persona, dall’altro chi cura deve condurre un incessante lavoro di ricerca non astratta sul proprio agire e sul contesto nel quale opera.
Come ricorda Mariapaola Femiani, questo invito a praticare insieme vita e ricerca e “a fare di questa pratica una lotta politica oltre la condivisione astraente dell’alternativa di un progetto resta, dunque, l’enunciato più forte affidato a noi tutti“.

(Questo testo è stato pubblicato come contributo alla nuova edizione di “Esclusione, Sofferenza, Guerra” in bibliografia i riferimenti)

Per approfondimenti su Sergio Piro sono disponibili in questo blog questi due articoli (con pdf dei libri)

Critica della vita personale

Le tecniche della liberazione. Una dialettica del disagio umano

Bibliografia e fonti

S. Piro, Esclusione, Sofferenza, Guerra, Sensibili alle Foglie, 2023 (a cura di: Dario Stefano Dell’Aquila, Antonio Esposito, Roberta Moscarelli – prefazione Teresa Capacchione)

A. Esposito, Le scarpe dei matti. Pratiche discorsive, normative e dispositivi psichiatrici in Italia (1904-2019), Ad est dell’equatore, Napoli, 2019

AA.VV., Sergio Piro. Maestri e allievi, Editoriale Scientifica, Napoli, 2014

S.Piro – C. Carrino, Quando ho i soldi mi compro un pianoforte. Conversazioni con un protagonista della psichiatria del ‘900, Liguori Editore, Napoli, 2010

S. Piro, Trattato della ricerca diadromico-trasformazionale, Napoli, La Città del Sole, 2005

E. Venturini (a cura di), Il giardino dei gelsi. Dieci anni di antipsichiatria italiana, Einaudi, Torino, 1979

S. Piro, Le tecniche della liberazione. Una dialettica del disagio umano, Feltrinelli, Milano, 1971

L. D’Alessandro, Gli esclusi. Fotoreportage da un’istituzione totale, il Diaframma, Milano, 1969

Franca Ongaro Basaglia – Franco Basaglia (a cura di), Morire di classe. La condizione manicomiale fotografata da Carla Cerati e Gianni Berengo Gardin, Einaudi, Torino, 1969.

S. Piro, Il linguaggio schizofrenico, Feltrinelli, Milano, 1967

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