Lui ha preso i miei beni, la mia risata, la mia tenerezza, la mia capacità di gioire, la mia compassione, la mia disponibilità, la mia animalità, il mio splendore, e ha calpestato ciascuna di queste cose ogni volta che è spuntata, fino a quando non è spuntata più […]
Christa Wolf
Quando Paolo Tranchina mi ha chiesto, in modo un po’ buffo, timoroso di scatenare una mia polemica (non un rifiuto perché quello sarebbe stato meglio digerito) un mio scritto per il numero dei fogli d’informazione legato ai trent’anni di Psichiatria Democratica (2003) dicendomi «[…] non ti preoccupare… che vuoi di questi tempi non festeggiamo più i compleanni… basta che mi mandi qualcosa che già hai…», mi è venuta in testa una relazione che avevo scritto anni fa, nel 1998, per un convegno sul rapporto fra solitudine e sofferenza psichica nel genere femminile. Relazione mai letta né utilizzata perché a quel convegno non potei partecipare (ero rimasta muta per dei provvidenziali polipi alle corde vocali).
Ma non credo che sia stato solo questo il motivo per cui mi è ve- nuta in testa: il mio Macintosh ne contiene altre mai usate. L’associazione libera è nata da qualcosa che in questi anni ho sempre sentito e sperimentato nell’incontro con quanti, uomini e donne, si sono, a diverso titolo e spesso anche con pratiche agli antipodi, definiti come partecipanti del movimento di psichiatria democratica. Di genere e di donne si è sempre discusso poco, la contraddizione dell’essere «donna» è sempre stata marginalizzata, e definita, in analogia con quanto avvenuto all’interno di gruppi e situazioni nati negli anni ’70, come secondaria rispetto alla questione centrale delle isti- tuzioni totali, che non facevano differenze sessuali.
Le operaie, le matte, le povere, avevano ben altro a cui pensare! E porre quei problemi equivaleva, allora, a comportarsi come bambine capricciose, o meglio isteriche (con buona pace del politically correct). In questo Psichiatria Democratica non è stata molto diversa da tutti i movimenti che hanno interessato il mondo: le lotte delle donne hanno seguito percorsi altri, che hanno in parte attraversato e modificato il movimento più in generale ma che ancora oggi marciano in modo separato. Basti pensare alla questione della prostituzione e della procreazione assistita per capire cosa intendo quando parlo di estraneità e solitudine del «genere».
Quella relazione l’avevo intitolata «Finalmente sole: donne nella deistituzionalizzazione a Trieste». Per segnalare, da subito, come la solitudine può essere conquista quando allude a percorsi di autonomia, ricerca di senso, possibile costruzione di identità in equilibrio, o meglio in bilico, fuori dell’inferiorità naturale.
Difficile pensare a parole che esprimono sensazioni, sentimenti, stati d’animo, condizioni dell’esistere come parole cui dare un solo significato; o, meglio, un valore, una qualità, positiva o negativa che sia, comunque univocamente definita. Credo che queste parole abbiano sensi e significati diversi a seconda dell’ottica da cui si guardano. Sono parole legate a storie, tempi, culture e generi; e soltanto in questo intreccio si costruisce e chiarisce il loro significato.
«Vivo da sola perché l’ho scelto, […] l’ho deciso, l’ho voluto con tutta me stessa perché ci credevo. Io la metterei come tappa obbli- gatoria sia per gli uomini che per le donne…». Così una donna di 28 anni, di Bologna, all’intervistatore che le chiedeva il perché della sua condizione (Cfr. Maura Palazzi, Donne sole, Mondadori, Milano, 1997, p. 440.).
E allora solitudine non come condanna o patologia, ma come condizione possibile di un’esistenza di donna che ha imparato dalla storia del suo genere che per troppo tempo «l’essere con» ha significato disconoscimento di valore, condizione di subalternità all’altro da sé che in cambio di cure e affetto offriva tutela e valore sociale.
Solitudine come possibilità di ritrovarsi e riconoscersi, riscoprendo il valore e il significato della propria identità in un processo di autovalorizzazione che ripropone la donna sulla scena dell’esistere come alterità con cui confrontarsi, e non più come oggetto subalterno vittima di una «mancanza» naturale e perciò stesso in sé carente e bisognevole di tutela.
Certamente solitudine anche come dolore, sofferenza laddove non può essere scelta ma costrizione, necessità figlia dell’abbandono o della fuga, luogo dell’assenza e del non senso, di un vuoto, ricordo e memoria di un passato pieno tanto da scoppiare.
Solitudine e dolore che è impossibile definire in termini teorici perché intimamente legati al sentire, al silenzio, quel silenzio che va oltre la parola e il linguaggio, e che segna il limite della comunicazione verbale ed esplicita una complessità dell’esistenza che non può essere ristretta o costretta in parole o definizioni, per loro natura statiche e non «in divenire» come l’esperienza esistenziale per se stessa è: «Su ciò di cui non si può parlare si deve tacere» (Cfr. Ludwig Wittgenstein, Tractatus logico-filosofico: le sette proposizioni, ovvero un nuovo modo di pensare, 7° proposizione, 1918.)
E la storia delle donne trascorre e si declina tra forme di solitudine, dolori, e gioie che nel corpo si esprimono e nel cui linguaggio si riconoscono. Linguaggio alieno al mondo della «ragione», della scientificità razionale di una medicina sempre più distante, e di una psichiatria alla continua ricerca di un senso per sé ma ormai del tutto estranea alla concretezza e alla miseria del vivere quotidiano.
Psichiatria che, insieme alle variegate e variopinte scienze «psi», continua a proporsi come vuoto palcoscenico, fiera delle vanità di un «pensiero univoco e sterile» che, nella pretesa di tutto interpretare e ricondurre all’unicità della ragione, continuamente allarga i confini del patologico e dell’incomprensibile. Fino a portare allo scoperto la questione vera: che di incapacità di comprendere, condividere del/della terapeuta trattasi; e non, come si vorrebbe far credere, di incapacità di intendere del matto o della matta.
Incapacità di comprendere che trova la sua espressione più alta proprio nell’incontro del sapere psichiatrico con il «genere femminile»: genere alla psichiatria del tutto sconosciuto nella sua complessità ed espressione, dal momento che questa nasce come strumento di omologazione e normalizzazione di comportamenti, pensieri e sentimenti espressione di una singolarità non riconducibile a medie statistiche e universali.
Già Franca Ongaro Basaglia in molti suoi scritti ha rilevato come per le donne «l’ideale di salute mentale corrisponda all’accettazione di caratteri definiti da altri come precipuamente femminili, specifici della sua natura. Come la non adesione ai ruoli naturali sia fonte di pesanti sensazioni morali e sociali e come, nonostante i cambiamenti di questi ultimi decenni ancora le donne vivono come ‘colpa’ il desiderio di realizzarsi come persone in sé e non solo in funzione di altri, e come questa colpa spesso sia origine di malattia rappresentando questa l’unica possibilità concessa e riconosciuta per esprimersi» (Cfr . Franca Ongaro Basaglia, Donne e normalità, in A. Signorelli (a cura di), Fatevi Regine, Sensibili alle foglie, 1996 pp. 16-29)
Ed è per questo che la psichiatria, la sua pratica terapeutica (in tutte le sue versioni), altro non può essere per le donne che conferma del non valore della loro diversità, e proposta di appiattimento e omologazione a valori e comportamenti da altri definiti.
La questione della diversità, della differenza, aveva accompagnato l’esperienza triestina sin dall’inizio come un fiume carsico: nata ai tempi del manicomio per esempio da episodi come la prescrizione di una pillola a una paziente lì reclusa (1973).
Si trattava di una ragazza giovane, con una sua vita sessuale, che chiedeva di non subire conseguenze non volute. Una prescrizione istituzionalmente non possibile, ma la psichiatra che l’aveva in cura decise comunque di farla. E su questa prescrizione nacque un dibattito tra gli psichiatri e le psichiatre impegnati nella distruzione del manicomio. La cui conclusione fu una sorta di quarantena per la psichiatra, accusata di superficialità e avventurismo.
La ricordo come un’occasione mancata per noi donne: accadde, e forse non la capimmo bene.
Nel ’76-78 si costituisce un collettivo di donne chiamato «Collet- tivo per la salute della donna» dalla mobilitazione sul diritto della donna di interrompere la gravidanza per motivi terapeutici, vista la sentenza della Corte Costituzionale che includeva fra i motivi terapeutici la tutela dell’equilibrio psichico della donna.
Infine tutti i Centri di Salute Mentale hanno avuto gruppi di donne, e ogni tanto emergeva il discorso intorno a tematiche femminili, soprattutto attorno al tema di maternità volute, negate, o imposte.
Allora (negli anni ’70-80), quando a Trieste si lavorava per la rottura del manicomio e dei suoi meccanismi istituzionali, non avevamo la consapevolezza e la cultura di chiamare «qualità femminili» quelle che agivamo.
Se da una parte ricostruivamo storie, attenzioni, luoghi dove era possibile e dignitoso vivere, stimolavamo desideri e complicità, portavamo la normale affettività in luoghi e situazioni deprivate da sempre di queste, dall’altra molte di noi furono costrette ad imparare a modificare le proprie emozioni, per acquisire modalità di riconoscimento e di azione maschili, pena l’essere negate o distrutte.
Forse non era possibile agire altrimenti, mancava in quegli anni, e non solo in noi, l’intuizione che il manicomio, la psichiatria, era «figlio naturale» di una logica assoluta che non permetteva, allora come oggi, diversità o differenziazioni.
E così mentre alcune, e noi tra loro, percorrevamo nell’istituzione la logica della parità, omologazione, altre nel consegnarsi all’analisi, se pur fra donne, di fatto riproducevano l’oggettivazione di sé, sfumavano la loro differenza e si immergevano nel terreno minato di una psichiatria liberata da tutto, tranne che dal suo essere scienza maschile.
Così in quegli anni le esperienze di lavoro di donne su donne con sofferenza psichiatrica, se da una parte sollevarono alcune delle questioni dell’esser donna, dall’altra lasciarono immutato il manicomio e tanto più le donne che in quello continuavano ad essere recluse, non riuscendo ad arrivare al nocciolo della psichiatria, né tanto meno arrivando a restituire al sociale, al sociale della comunità femminile, la sua sofferenza (…)
A partire da queste considerazioni, dalla impossibilità cioè di di- battere intorno alla solitudine delle donne come questione meramente teorica ed astratta ha avuto origine il percorso, bruscamente interrottosi, di «Centro Donna – Salute Mentale».
Percorso che ha coinciso con una scelta di solitudine e riflessione rispetto ad una psichiatria di tutto liberata tranne che del suo essere scienza maschile.
(Articolo scritto per il trentennale di Psichiatria Democratica nel maggio 2003, inedito)
