Il «praticamente vero» della sofferenza

Nel 1998, la scrittrice napoletana Fabrizia Ramondino decide di trascorrere due lunghi periodi a Trieste nel Centro Donna Salute Mentale diretto dalla psichiatra Assunta Signorelli, alla quale la lega una profonda e lontana amicizia. Nasce così un libro intenso “Passaggio a Trieste” (Einaudi, 2000) un romanzo diario nel quale “si affollano voci di donne- timide, fiere, inquiete, dotate alcune di una chiarezza di pensiero allucinata e potente – che chiedono, ognuna a suo modo, di essere ascoltate.”

Fabrizia Ramondino restituisce le tensioni, le speranze e le sofferenze di una comunità di donne, sofferenti e curanti, e in filigrana, la trama di una amicizia tenera e tenace di due donne uniche. Nella post fazione del libro che si intitola “Perchè ci siamo lasciate raccontare”, Assunta Signorelli spiega cosa voglia dire riconoscersi e ritrovarsi sul terreno comune della fatica di vivere

Il libro è oggi introvabile, per queste ragioni pubblichiamo qui l’intervento di Assunta.

La psichiatria, si sa, per dare senso al proprio agire, raccoglie la storia dei matti («anamnesi»), utilizza linguaggi «scientifici e neutrali» con l’intento di nascondere la propria distanza dalla concretezza del quotidiano, tenta di ricondurre alla sfera della razionalità emozioni, affetti, sentimenti estranei alla ragione, costruisce categorie diagnostiche fondate su una normalità determinata su base statistica e, così facendo, non può e non riesce mai a dar conto del «praticamente vero» della sofferenza. Parla di malattie e patologie utilizzando l’uomo o la donna che soffre come oggetto di ricerca e studio, perdendo così, di necessità, il singolo, che o diventa soggetto narrante del suo malstare o scompare, perché «alieno» e privato del diritto alla propria parola.

Mentre ti racconta, la psichiatria ti interpreta, ti reinventa, secondo un modello astratto, e tu, uomo o donna, sparisci, la tua corporeità si deforma, perde i suoi confini naturali, per mescolarsi nel magma indistinto della scienza; frasi, grida diventano indifferenziati; il tuo dolore si chiama «depressione», la tua gioia «maniacalità»; e a nessuno importa se quel grido, quel riso segnalavano un fatto, una sconfitta o una vittoria che volevi comunicare.

Meglio tacere allora, assumere come dato da cui partire l’evento che ha determinato l’incontro, documentare la storia del rapporto fra il servizio e la malattia, narrare gli eventi, la pratica di volta in volta sperimentata, descrivere i modi in cui la sofferenza si esprime, si modifica a seconda di quanto accade, e da tutto questo ricavare indicazione su come andare avanti.

E per questo motivo che fino a oggi abbiamo sempre rifiutato di partecipare al «delirio collettivo» della messa in scena delle «storie vere», di parlare delle donne del Centro Donna come di casi emblematici, buoni per i numerosi talk show televisivi o per una narrativa di presunta scientificità che da anni inonda il mercato.

Volevamo raccontarci come individui e come collettività, cercavamo un modo, una forma che rendesse possibile questo; e numerosi sono stati, in questi anni, i tentativi fatti: dai corsi di scrittura a quelli teatrali, fino ad arrivare alla produzione di due video. Tentativi parziali, che alludevano a una realtà complessa e articolata, mai fino in fondo compiuta.

E così siamo andate avanti, finché una scadenza, un convegno sui vent’anni della legge di riforma psichiatrica, una scrittrice, Fabrizia, non ci hanno permesso di dar corpo e forma a quello che era, sì, un nostro desiderio, ma anche, crediamo, un dovere nei confronti di quanti, uomini e donne, si pongono, per necessità o virtù, il problema di come contrastare la sofferenza e il malstare di questo nostro tempo.

Fabrizia, un’amica, che di tanto in tanto aveva condiviso, prima con me, poi con le operatrici del Centro, alcuni momenti di vita e di lavoro, esperienze circoscritte, di breve durata, ma particolarmente intense, capaci di segnalare la possibilità di costruire legami e intese forti anche a distanza, di riconoscersi e ritrovarsi, rompendo i confini astratti degli specialismi e delle competenze, sul terreno comune della fatica di vivere.

Lei racconta come l’abbiamo chiamata, l’impegno che insieme ci siamo assunte e quanto è accaduto durante la sua permanenza a Trieste. Ciò che non dice è come quel suo stare con noi, quel suo quadernino nero fitto di appunti, quella sua attenzione discreta e partecipe ci abbiano dato forza e consapevolezza, come sia stato facile fidarsi e affidarsi a lei, quanto ciascuna di noi abbia imparato da quel suo continuo guardare ed esserci, e quanto sia stato importante scoprire che narrarsi non solo è possibile, ma addirittura divertente e gratificante.

Come scrive Franco Rotelli in Per la normalità. Taccuino di uno psichiatra:

 La storia delle vite, la biografia delle donne e degli uomini sono le uniche forme credibili di resistenza alle psicologie attuali. Molto cammino culturale, forse scientifico, deve essere fatto per rifondare psicologie sui percorsi di vita, di ambiente, di progetto esistenziale di individui e gruppi, di etnie e di appartenenze.

Riaprire i terreni della narrazione, intercalare normalità e normali follie, divertirsi della vita e delle vite non è negare diritto alla cura, ma rivendicare il diritto a occuparsi degli altri e che qualcuno si occupi di te, chiunque tu sia, dovunque tu ti sia fermato, rinchiuso nel dolore o nell’idea fissa o immutabile, nella ripetitività afinalistica o nel declino, nella defezione dal mondo o nella dissociazione dalla catena linguistica che costituisce un mondo di appartenenza.

L’altro, sempre, può reinventarti o toglierti la parola. Ma il secondo intervento è sempre illegittimo, non è mai scientifico, è sempre violenza.

Fabrizia ci ha reinventato dandoci la parola e la voglia di continuare e ricominciare la nostra avventura dalla nuova casa di via Androna degli Orti dove ormai ci siamo trasferite.

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