Genere e potere, una convivenza impossibile?

Non esiste la meta, esiste il presente. Noi siamo il passato oscuro del mondo, noi realizziamo il presente (Carla Lonzi)

Centro Donna – Salute Mentale ha operato a Trieste dal novembre del 1992 fino all’ottobre del 2000. E, per la coesistenza in esso dell’associazione «Luna e l’altra», è stato punto di incontro e di riferimento teorico-pratico per tutte le donne della città.

Centro Donna – Salute Mentale è stata la risposta che un gruppo composito di donne ha dato alle questioni poste dalla differenza di genere che, dopo la chiusura del manicomio, sono divenute centrali per affrontare la sofferenza psichica come riconoscimento di specificità e valorizzazione delle diversità singolari oscurate dalla psichiatria istituzionale subalterna alla cultura del più forte.

L’essersi poste come genere e come soggetti all’interno di un’istituzione forte e radicata nel territorio come i Centri di Salute Mentale triestini, ha reso possibile confrontarsi con la scienza psichiatrica utilizzando le letture che oggi le donne propongono nei diversi campi del sapere. Utilizzando discipline (la storia, la letteratura, l’arte) che, per la loro estraneità alla medicina, hanno portato allo scoperto i nessi esistenti fra le storie delle donne che nel corso dei secoli hanno sperimentato forme di opposizione a un potere che le voleva docili e subalterne: dalle eroine delle tragedie greche alle donne che oggi affollano i servizi psichiatrici e gli studi degli psico- terapeuti, passando per le mistiche, le indiavolate e le streghe. Un filo comune, sotterraneo ma resistente, attraversa la storia delle donne. E mi riferisco al fatto, ormai da tutti e tutte riconosciuto, che la volontà di opporsi a una legge altrove scritta e di affermare la propria soggettività spesso, paradossalmente, coincide con la propria distruzione. Per cui molte volte il disagio psichico altro non è che una forma esasperata di resistenza a un mondo e a una cultura «altra» rispetto al proprio sentire e volere. Resistenza e volontà di opposizione che continuamente devono misurarsi con la questione del potere, inteso come possibilità sia di essere quel che si è sia di incidere e contare dentro le istituzioni.

Questione del potere che tanto più si pone quando, come è accaduto a noi operatrici di Centro Donna, si decide di attraversare l’istituzione come soggetti attivi, e quindi con la necessità di assumere il potere come dato di realtà e allo stesso tempo come strumento per costruire luoghi dentro i quali le donne possano sperimentarsi come soggetti autonomi.

Fin dall’inizio dell’esperienza eravamo consapevoli che con questo avremmo fatto i conti: semplici erano le domande che accompagnavano il nostro tentativo di affrontare, come donne, la gestione di un’istituzione. Due le questioni fondamentali che avevamo di fronte: la prima ci riguardava come operatrici nella direzione di lavorare insieme senza:

–  senza uccidere, rinnegare e opporsi alle madri, alle maestre, ma dare loro valore nel riconoscere autorità a un’esperienza collettiva presente senza cercare in un altrove distante ed estraneo forme di approvazione e conferma del nostro fare.

–  senza riprodurre meccanismi di oppressione e prevaricazione della più forte sulla più debole;

–  senza ridurre le donne portatrici di sofferenza a utenti tutte uguali e omologate al nostro agire;

La seconda questione, più strettamente legata al rapporto donne- psichiatria, era capire se e come era possibile affrontare la malattia e scioglierla non in astratte diagnosi o in modelli interpretativi omologanti, ma nel riconoscimento di una specificità «di genere» della sofferenza, assumendo come dato fondamentale da cui partire l’irriducibilità della storia di ciascuna. Su questo siamo andate avanti. Perché ritrovare nella storia di altre pezzi della propria storia ha permesso a tutte, certamente in modi diversi e particolari, di trovare un senso al proprio malstare, senza cercare le colpe in sé o nelle persone più care e vicine, iniziando quel processo di consapevolezza che si acquista nel riconoscere un senso ai propri comportamenti «disturbati». È l’unico processo reale di superamento della malattia, visto che in psichiatria parlare di guarigione non ha senso.

La singolarizzazione del percorso terapeutico ci ha liberato dall’ideologia che presume di totalizzare la lettura della storia dell’altro/altra riconducendola, attraverso astrazioni successive, all’interno di categorie generali costruite su medie statistiche e normative. Estraneità a categorie nosografiche e inquadramenti diagnostici che ha reso possibile proporsi come riferimento e approdo per tutta una serie di questioni e problemi che segnano l’esistenza femminile nel suo declinarsi quotidiano. Problemi attinenti alla «normalità» femminile, a quella che Umberto Galimberti chiama «l’identità coatta» che la legge e l’ordine sociale impongono al genere (Cfr Umberto Galimberti, Idee: il catalogo è questo, Feltrinelli, 1992, Milano, p. 172). Problemi che, come tali, difficilmente sono oggetto di presa in carico da parte delle istituzioni sanitarie in generale, della salute mentale in particolare, se non quando danno origine a patologie chiaramente riconoscibili.

Contraddizione, questa, difficile da affrontare e sciogliere. Per- ché, se da una parte la psichiatrizzazione della normalità della don- na è operazione che non aiuta il genere, dall’altra il non tenere con- to, sul terreno istituzionale, di quella sofferenza che comunque la normalità determina, costringe la donna in una sorta di terra di nessuno, dove il rischio della solitudine e della negazione di sé è altissimo, e, spesso, ineludibile.

In questa terra di nessuno le donne si misurano con la perdita di significato e di valore del proprio sentire e volere; e, di necessità, apprendono le regole di un gioco a loro estraneo. Gioco che le vede comunque perdenti perché costrette a vivere attraverso gli altri, assumendosi colpe e responsabilità legate a ruoli e funzioni «naturalmente» definiti.

Nasce così quel modello precostituito di donna moglie e madre che di tutto tiene conto tranne che della soggettività di ogni singola donna: e che, nella «famiglia normale», giustifica l’esercizio, da parte del padre-padrone, di qualsiasi forma di violenza e di appropriazione.

Certo, oggi lo scenario complessivo è cambiato, ma per certi versi si è fatto più confuso e difficile da affrontare, dal momento che coesistono modelli culturali diversi e fra loro contraddittori. Le politiche dell’uguaglianza perseguite nel secolo appena trascorso, se da un lato hanno rafforzato la soggettività femminile, dall’altro hanno determinato processi di omologazione al maschile; e conseguente colpevolizzazione delle vittime di violenza come epigoni di una storia che si vorrebbe finita per sempre.

In questa contraddizione, nell’esplicitare l’ambiguità ed il doppio che l’essere donna oggi significa, si è declinata la pratica di Centro Donna allorquando, nell’assunzione della specificità di genere come categoria di riferimento, ha affrontato la questione della violenza sessuale dentro la storia e l’esistenza di ciascuna, mettendo in atto percorsi di autoriconoscimento e di liberazione, evitando processi di psichiatrizzazione e di psicologizzazione, e nello stesso tempo co- stringendo l’istituzione sanitaria a declinarsi e articolarsi secondo i bisogni e le necessità delle donne.

In molte occasioni il tentativo, in genere utopico, di rompere tutte le categorie è riuscito: quando qualcuna, non era importante qua- le fosse il suo ruolo, poteva «mettere in scena» la propria storia senza il timore di ricondurla all’astratta ripetitività dei modelli interpretativi, scoprendo il valore e il significato della propria unicità e intuendo la necessità di dare un nome al proprio dire e al proprio fare oltre ed al di là del linguaggio del padre.

Sulla necessità, per le donne, di «nominare» il proprio fare, le cose che faticosamente costruiscono e producono, ritengo necessario soffermarmi. Perché, a mio parere, intorno ad essa ruotano molte delle questioni che riguardano la possibilità di vivere, finalmente, fuori dalla tutela del padre, in una condizione di autonomia piena e di reciprocità con l’altro da sé non più mutuate da modelli che si pretendono «naturali» ma che di naturale hanno solo l’«inferiorità» femminile di aristotelica memoria.

Alle donne non è permesso nominare (dare il nome) nemmeno i propri figli. Il legame che li unisce, per quanto naturale, non ha diritto di esistenza nell’ordinamento legislativo di quasi tutti i paesi cosiddetti democratici e civili: è il padre che dà il nome, e con quest’atto sancisce il suo diritto sulla madre e sul figlio/la figlia, «naturalmente incapaci».

Forse come dicono molti e molte, la questione è del tutto secondaria se rapportata a discriminazioni e disequità più macroscopiche e con ricadute economiche significative. Eppure, a ben riflettere, le sue conseguenze sono state devastanti.

E infatti la vergogna e lo stigma che per anni ha segnato non solo le madri ma anche i figli e le figlie definiti illegittimi o naturali (paradosso di una società che pone fuori legge la natura!) è qualcosa dalla quale non è più possibile prescindere quando si affronta la questione dell’autonomia femminile. Quale autonomia riconoscersi, quale valore darsi, quando anche ciò che nel bene e nel male segnala da sempre la nostra specificità, per avere diritto di cittadinanza piena ha bisogno di porci ai margini, fuori dal diritto e dalla parola?

Qui sta il nocciolo del problema. Perché quest’impossibilità di «nominare» è stata assunta dalle donne come alienazione necessaria, da estendere a ogni proprio gesto o azione: fuori dall’approvazione e dalla tutela maschile nulla ha legittimità e riconoscimento.

Anche noi, operatrici di Centro Donna, non siamo riuscite a fare a meno della tutela e del riconoscimento maschile. E così siamo cadute nella trappola di riportare al nostro interno la contraddizione, preferendo la reciproca invalidazione piuttosto che assumere la radicalità di un percorso autonomo, comunque difficile e in continuo divenire perché fondato non su riferimenti consolidati ma sulla critica dell’esistente. E per questo la domanda che c’eravamo all’inizio poste, quella del rapporto donne e istituzioni, è ancora senza risposta: dall’ottobre del 2000 Centro Donna non esiste più. Non siamo state capaci di esplicitare i nessi e il legame fra l’antagonismo nei confronti delle istituzioni che la nostra pratica quotidiana produceva e il nostro essere comunque istituzione di potere.

E che la questione irrisolta rimandi, comunque, al rapporto donne e potere nelle istituzioni, lo dimostra il fatto che «Luna e l’altra», l’associazione che fin dall’inizio aveva affiancato il Centro nella riflessione ed elaborazione teorica intorno alla pratica del Centro anche nell’intreccio di attività con donne provenienti da altre storie e percorsi, continua attivamente a operare sul terreno della salute e della cultura delle donne.

Forse questa non è stata la sola ragione che ha determinato la fine dell’esperienza. Forse sono possibili anche altre letture, tutte, come spesso accade, con pezzi di verità parziali, dal momento che la realtà, come la vita, non si lascia mai rinchiudere in definizioni o interpretazioni univoche e totali.

Ma quello che mi appare abbastanza convincente è il fatto che, al di là di polemiche o riduzionismi di piccolo cabotaggio, questa chiave di lettura rende possibile una riflessione laica non solo sulla nostra esperienza ma anche su quella più generale della diffusione del disagio femminile e dell’aumento del fenomeno della violenza contro le donne: entrambi, in quest’ottica, espressione di impossibilità per le donne di autodeterminarsi nel proprio esistere quotidiano.

(Assunta Signorelli, Praticare la differenza Donne, psichiatria e potere (a cura di Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito prefazione di Renate Siebert) Ediesse, Roma, 2015)

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