Dire la verità. Gli intellettuali e il potere

Nel 1993 Edward W. Said, professore di Inglese e Letteratura comparata alla Columbia University, fu invitato a tenere un ciclo di conferenze radio, le “Reith Lectures”, dalla Bbc a Londra. La sua partecipazione fu fortemente criticata perché lo si accusava di “essere un militante nella lotta dei diritti dei palestinesi, e, come tale, per nulla qualificato a sostenere una posizione equa e responsabile”. Le (meravigliose) sei conferenze che tenne sono state raccolte in un volume (Representations of the intellectual, 1994) pubblicato da Feltrinelli con il titolo Dire la verità. Gli intellettuali e il potere (1995, 2014) tradotto da Maria Gregorio. Questo un estratto della quinta conferenza che ha dato il titolo all’edizione italiana.

(…) L’obiettivo di chi parla e scrive non è certamente quello di mostrare a tutti che si è dalla parte della ragione: lo sforzo, piuttosto, è di dar vita a un diverso clima etico, chiamando un atto di aggressione con il suo vero nome, adottando misure per prevenire o eliminare il castigo ingiustamente inflitto a popoli o individui, riconoscendo i diritti e le libertà democratiche a tutti.

Niente mi sembra più riprovevole dell’abito mentale che induce l’intellettuale a voltare la faccia dall’altra parte, tipico modo di evitare una posizione difficile che sappiamo essere giusta nei principi, ma che decidiamo di non fare nostra. Perché non vogliamo mostrarci troppo schierati politicamente, abbiamo paura di apparire polemici, ci serve il plauso del capo o di un’altra figura di potere, vogliamo conservare il nostro buon nome di persona equilibrata, oggettiva, moderata; speriamo di essere riconfermati, consultati, chiamati a far parte di qualche direttivo o prestigioso comitato e, così, rinunciamo al rischio di quelli che decidono. E, un bel giorno, speriamo di ricevere un titolo onorifico, un premio importante, forse la carica di ambasciatore.

Questa è, per eccellenza, la mentalità che induce un intellettuale alla corruzione. E farla propria contribuisce più di ogni altra cosa a snaturare, a neutralizzare e, da ultimo, uccidere la passione, appunto, intellettuale. Ho conoscenza diretta di questo genere di atteggiamento mentale in rapporto a una delle questioni più aspre della storia contemporanea, quella palestinese: la paura di pronunciarsi su una delle più gravi ingiustizie della storia moderna ha paralizzato, messo i paraocchi, imbavagliato molti che conoscono la verità e potrebbero mettere la loro opera in favore di essa. Chiunque appoggi esplicitamente i diritti dei palestinesi e la loro richiesta di autodeterminazione si espone a una raffica di ingiurie e calunnie. Eppure, l’intellettuale deve possedere il coraggio e la pietas necessari a dire e rappresentare la verità. Questo risulta tanto più vero alla luce dell’accordo firmato congiuntamente da OLP e Israele il 13 settembre 1993 a Oslo. Il grande entusiasmo suscitato da quel piccolissimo passo avanti ha messo in ombra il fatto che il documento, lungi dal garantire i diritti dei palestinesi, in realtà autorizza Israele a mantenere il controllo sui territori occupati. Chiunque azzardi una parola di critica è accusato di prendere posizione contro la “speranza” e la “pace”.

Un’ultima parola sulla modalità di intervento dell’intellettuale, cui non spetta di predicare da un pulpito o dalla sommità di una montagna. È ovvio che egli desideri dare la massima risonanza a ciò che vuole dire, che voglia rappresentarlo nel modo più efficace per incidere concretamente sullo svolgersi degli avvenimenti, per esempio la causa della pace e della giustizia. Quella dell’intellettuale, tuttavia, è voce solitaria e ha risonanza soltanto qualora si coniughi liberamente con la realtà di un movimento, con le aspirazioni di un popolo, con un ideale collettivo da perseguire. In Occidente, per esempio, dovere prevalente per la critica intellettuale al terrorismo e all’estremismo islamico, la logica dell’opportunismo esige una condanna senza mezzi termini, salvo poi tessere le lodi della democrazia in Israele. Dopo di che sarà opportuno aggiungere qualche parola a favore della pace.

Il senso di responsabilità impone che l’intellettuale dica ai palestinesi tutte queste cose, ma soprattutto che a New York, Parigi o Londra, dove il suo discorso può avere massima risonanza, egli sostenga l’idea della libertà per i palestinesi nonché della libertà dal terrore e dall’estremismo per tutti gli altri coinvolti, non soltanto la parte più debole e più vulnerabile.

Dire la verità al potere non è idealismo alla Pangloss: significa soppesare scrupolosamente le alternative, scegliere la migliore e rappresentarla con sapienza là dove si rivela più efficace per modificare la realtà secondo giustizia.

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