Legare o curare? La salute mentale alla prova dei fatti

Manicomio di Trieste
Manicomio di Trieste

Noi, nella nostra debolezza, in questa minoranza che siamo, non possiamo “vincere‟, perché è il potere che vince sempre. Noi possiamo al massimo “convincere‟. Nel momento in cui convinciamo, vinciamo, cioè determiniamo una situazione da cui sarà più difficile tornare indietro” (Franco Basaglia)


di Dario Stefano Dell’Aquila – Antonio Esposito

(da la Repubblica Napoli del 22 ottobre 2015)

«Non possiamo ignorare che all’interno della salute mentale è stata eliminata la vigilanza armata a tutela degli operatori». Il comunicato dei sindacati di categoria a fronte di un’aggressione subita da un medico accoltellato da un ricoverato con trattamento sanitario obbligatorio (TSO) nel reparto di diagnosi e cura del Maresca a Torre del Greco, ripropone un tema che, durante il corso dell’estate, è tornato di drammatica attualità in Campania e in Italia: il paradigma della pericolosità sociale del sofferente psichico, del “folle”, soprattutto nel corso dei trattamenti d’urgenza.

Il tema torna periodicamente all’attenzione, come testimonia la denuncia di Francesco Blasi proprio dalle pagine de la Repubblica, sul caso del paziente ammanettato durante un TSO, prassi, da quanto ci risulta, nulla affatto inusuale. Un problema, è il caso di dire, che ha rilievo e dimensioni nazionali.

Da giugno ad agosto, in circostanze da chiarire, sono decedute, durante un TSO, 3 persone. L’8 giugno, nell’ospedale di Sant’Arsenio in Cilento, dove era ricoverato dal 27 maggio, muore Massimiliano Malzone, 39 anni, dopo che ai familiari è vietato di incontrarlo. Il 30 luglio, nel padovano, Mauro Guerra, 33 anni, viene ucciso da un carabiniere durante un inseguimento conclusosi, secondo le ricostruzioni ufficiali, con una colluttazione, per il rifiuto a salire su un’ambulanza senza che, però, ci fosse alcun TSO autorizzato. Il 5 agosto, a Torino, muore, a 45 anni, Andrea Soldi. Secondo alcuni testimoni, gli agenti di polizia municipale intervenuti eseguono, per immobilizzarlo, una operazione che in manicomio era detta “la cravatta”, stringendo il collo da dietro tra avambraccio e bicipite. Caricato sulla lettiga già cianotico in volto, Andrea è giunto morto al pronto soccorso.

Anche a fronte del clamore di questi episodi, diversi comandi di polizia municipale, tra cui quello di Napoli, hanno iniziato corsi di aggiornamento per “formare” gli agenti al corretto intervento nei casi di ricoveri di urgenza. Si prevede, tra l’altro, l’utilizzo di scudi respingenti (il comando di Napoli ne ha acquistati due) realizzati dalla società Defence system, per “evitare eventuali danni agli operatori e contenere l’azione aggressiva di soggetti pericolosi”. Nel frattempo, in Emilia Romagna, viene messa a punto la cosiddetta “manovra ferrarese”, un protocollo per bloccare “pazienti in stato di agitazione”, così descritto: «bisogna essere almeno in tre: due bloccano il paziente per le braccia, il terzo operatore afferra le caviglie del paziente che viene atterrato a pancia in giù per essere ammanettato». Una deputata del PD propone che diventi un modello nazionale.

Oltre la specificità delle vicende, emerge l’identificazione del TSO con una sorta di mandato di cattura, cui segue, come terapia, “la contenzione”, l’essere legati per giorni ad un letto.

Per quanto controverso e frutto di compromesso in fase di promulgazione della legge 180, il trattamento sanitario obbligatorio nasce come principio di tutela dei sofferenti psichici e si prefigura giuridicamente come atto eccezionale di esclusiva valenza sanitaria. La burocratizzazione della pratica, i moduli di consenso firmati in bianco dai sindaci, il ricorso alle manette e alla contenzione, il tragico epilogo di tante storie, ci raccontano di abusi di potere e di un profondo tradimento del principio di cura e tutela della persona sofferente, con i diritti annullati da un postulato securitario volto a coprire le inefficienze del comparto di salute mentale e nato da un’associazione tra malattia mentale e pericolosità sociale propria della psichiatria pre-basagliana tornata oggi culturalmente e operativamente preminente.

Al di là degli interventi d’urgenza, anche la routinaria quotidianità di molti servizi, ospedalieri e dipartimentali, come quella di tante cliniche private, cronicari, ospizi, è fatta, oltre che di un costante abuso farmacologico, di manovre e letti di contenzione, fascette con cui legare braccia e gambe, addirittura guinzagli per le rare passeggiate. In questi giorni si sta celebrando il processo d’appello per la morte di Francesco Mastrogiovanni, avvenuta all’interno dell’Spdc dell’ospedale San Luca di Vallo della Lucania, dopo 83 ore di contenzione ininterrotta. La linea difensiva di uno dei sei medici condannati in primo grado è volta a giustificare la liceità della contenzione perché «era un rimedio necessario per tutelare l’integrità fisica dell’uomo». La nipote di Mastrogiovanni ha denunciato come stiano uccidendo lo zio una seconda volta.

Ad aprile scorso il Comitato Nazionale di Bioetica ha approvato all’unanimità un parere che indica la contenzione come un residuo manicomiale e il suo superamento come un tassello fondamentale nell’avanzamento di una cultura della cura. Se poco si può sperare da un parere di un organismo, il comitato di bioetica, ridotto più a un centro studi che ad un organo consultivo del governo, bisogna invece ricominciare una lotta, politica e soprattutto culturale, perché, in ogni sede, non ci si arrenda ad un paradigma che, equiparando ancora la sofferenza psichica alla pericolosità sociale, trasforma la presa in carico territoriale in internamento neomanicomiale e la cura in custodia.

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