
«Continuare a lottare, perché non sia così, perché ogni iniziativa contro questa direzione più che somigliare a una goccia nel mare, somigli a un’onda, preceduta da altre e da altre seguita, che aiutino l’uomo ad approdare». Fabrizia Ramondino
Dario Stefano Dell’Aquila – Antonio Esposito (da la Repubblica Napoli del 8 novembre 2015)
Lunedì 9 novembre, all’ex OPG di Sant’Eframo “Je so pazzo”, (alle 17.30) per l’VIII edizione del Festival del Cinema dei Diritti Umani, nell’ambito della discussione su “le donne nei meccanismi istituzionali della salute mentale” con Assunta Signorelli, allieva e collaboratrice di Franco Basaglia, ci sarà un momento di ricordo dedicato a Fabrizia Ramondino. Perché, nell’ambito di una discussione sulla salute mentale, una finestra dedicata alla scrittrice scomparsa nel 2008? Perché, ancora, a ricordare è invitata una protagonista della chiusura del manicomio di Trieste?
Fabrizia Ramondino è stata una scrittrice tra le più importanti del secondo Novecento, ed anche protagonista del dibattito politico, culturale e sociale della nostra città. Eppure, a distanza di pochi anni dalla sua scomparsa, il ricordo della Ramondino è già offuscato, come un ospite indesiderato e messo in disparte, non solo in Italia quanto soprattutto, paradossalmente, a Napoli.
Negli anni non sono mancati lavori e iniziative a lei dedicati, oggi sempre meno a dire il vero, ma è un ricordo che rischia di appannarsi sempre più, osteggiato anche dal mancato riconoscimento di parte della critica dell’importanza del suo lavoro, tanto che è ormai difficile finanche trovare in libreria i suoi scritti. Un oblio di genere che hanno subito e ancora colpisce grandi autrici di letteratura. Ma causato pure dalla difficoltà di etichettare la sua scrittura, volta sempre a intrecciare il letterario e il sociale, protesa, come la sua vita, all’internazionalismo, vera anomalia nel panorama spesso provinciale del nostro paese.

La Ramondino, autrice di narrativa, sceneggiatrice (firmò, tra l’altro, “Morte di un matematico napoletano” con Mario Martone), poetessa (vincitrice, nel 2004, della prima edizione del Premio Internazionale Pier Paolo Pasolini), ha sempre rifiutato la definizione di scrittrice napoletana perché «l’impegno di uno scrittore si manifesta all’interno della sua scrittura, non nella sua identità anagrafica». E tuttavia, il respiro cosmopolita della sua scrittura, nasce anche da una narrazione autobiografica, sicché da questa città, Fabrizia Ramondino ha cominciato, scrivendo dei bambini dei vicoli di Napoli, degli analfabeti, del movimento dei disoccupati. Per arrivare, poi, a raccontare tanto dei Saharawi, il popolo in esilio nelle tendopoli del Sahara, quanto della cura della sofferenza psichica.
In “Passaggio a Trieste”, ha raccontato l’esperienza del Centro Donna Salute Mentale fondato da Assunta Signorelli nella Asl giuliana. E’ la stessa Signorelli che racconta come nacque quel libro: «Fino al 1998, come operatrici del Centro, avevamo rifiutato di parlare delle donne come casi emblematici per riempire talk show. Chiedemmo aiuto a Fabrizia sapendo che di lei potevamo fidarci (…) la sua attenzione, discreta e partecipante ha permesso alle donne, tutte, utenti e operatrici, di farsi parte attiva nel processo di scrittura. Ciascuna ha letto e corretto il pezzo a lei dedicato, e Fabrizia, con meticolosità di tutto ha tenuto conto».
Per tutto l’arco della sua vita, la Ramondino ha sempre mantenuto attenzione per i temi della malattia mentale, dell’esperienza basagliana, della questione femminile legata alla sofferenza psichica, attenta critica del manicomio in ogni sua forma, recente o passata. Dando voce a chi «ha subito gli infortuni sul mestiere di vivere e sulla guerra per sopravvivere», senza espropriare le persone delle loro storie, senza mai ridurle ad oggetti sui quali costruire un successo personale. Come ha scritto Goffredo Fofi, la Ramondino ha avuto «una capacità straordinaria di mai arrendersi, di sempre ricominciare, e di essere estremamente attenta, pur nel suo disordine, ai grandi e ai piccoli mutamenti del mondo e delle persone, dalla parte degli oppressi».
Se ieri è stata la Ramondino a recarsi a Trieste, oggi è la Signorelli a ritornare a Napoli, per restituire l’altra parte di un racconto che è divenuto anche un legame indissolubile, oltre ogni tempo, tra le protagoniste di quella esperienza. Lo farà con Renate Siebert, Vera Maone, Eleonora Puntillo, altre compagne di questo viaggio “in direzione ostinata e contraria”.
In un’epoca in cui ogni tipo di discorso sembra riservato agli specialisti o ad egocentrici narcisi da salotto, in cui l’unica direzione possibile sembra quella verso la rassegnazione, scrittrici come Fabrizia Ramondino, pronte ad un argomentato e appassionato sapersi schierare, ci mancano, terribilmente. «Pure» come scriveva Fabrizia, per «continuare a lottare, perché non sia così, perché ogni iniziativa contro questa direzione più che somigliare a una goccia nel mare, somigli a un’onda, preceduta da altre e da altre seguita, che aiutino l’uomo ad approdare».
