“Io che non credo alla guerra, non voglio essere seppellito sotto nessuna bandiera. Semmai vorrei essere ricordato per i miei sogni” Vittorio Arrigoni (4 febbraio 1975 – 15 aprile 2011)
Oggi farebbero quarant’anni, che te lo dico sinceramente, all’inizio ti spaventa un pò, poi ti accorgi che cambia poco. Hai ancora le gambe per correre dietro ad un pallone, fiato per l’amore e spazio per le passioni. Oddio, non ti nascondo che la barba “sale e pepe” è odiosa, che cominci ad incenerire con lo sguardo chi si alza e ti vuole cedere il posto in metro. Ma non è brutto come sembra, c’è di peggio.
Ti confesso, quando ho cominciato a leggere su ilManifesto i tuoi racconti da Gaza non ho pensato che tu fossi un eroe, no. Ho pensato questo è matto, i missili, le operazioni militari, la brutalità dell’occupazione e dell’esercito israeliano, le case abbattute e i morti e questo cazzo di “restiamo umani”, come se fosse rimasto ancora qualcosa di umano.
Mi ricordo le tue testimonianze durante l’operazione Piombo fuso, unico italiano rimasto a Gaza, se non mi inganna la memoria ricordo una intervista via radio nella quale si sentivano i rumori di fondo di una guerra. E tu con un tono fermo, preoccupato, ma fermo, dolce ma radicale, senza retorica. Il dolore e il male evidenti, chiari i colpevoli, senza bisogno di aggiunte o commenti. Sai, con il tempo, la giornata si riempe di mille quotidiane occupazioni, piccole cose, la lettura diventa frenetica, si colgono a volo le frasi di giornale in un affollato vagone di metropolitana. E tu cogli il dolore delle madri, il sangue dei bambini palestinesi, la violenza senza ragione o ragioni, e poi, alla fine “restiamo umani”. Come si resta umani, di fronte ad una ingiustizia lunga 50 anni mi chiedevo? A me di umano è rimasto ben poco, pensavo ma tu lì sotto le bombe a rifiutare l’invito del consolato italiano a tornare a casa. (Che poi, apro parentesi, lo sai che nemmeno sapevo che fosse Bulciago la tua casa, che nemmeno sapevo dove cazzo fosse? L’ho scoperto dopo, da buon meridionale potrei disegnare la Palestina, ma per sapere dove fosse Bulciago ho cercato su google).
Comunque, ti seguivo, assieme a tante migliaia di persone, perchè la tua lotta era una testimonianza quotidiana, essenziale, senza narcisismi o protagonismi. E poi, bisogna dire anche questo, scrivevi bene, netto e pulito, mai una sbavatura, mai fuori dalle righe. Avanzava a fine testo quel “restiamo umani” a cui, con il tempo, mi sono abituato. Ma ne ho compreso davvero il senso solo molto dopo. Se ho saputo cosa stesse avvenendo, ma anche quali trasformazioni sociali erano in corso nella comunità palestineste, lo devo soprattutto alle cose scritte da te.
Ricordo lo smarrimento a seguito della notizia del tuo rapimento e poi l’assenza di tempo per organizzare qualunque cosa. Nemmeno il tempo per organizzare presidi per la tua liberazione, ecco la notizia della tua morte. Ricordo l’aula affollata dell’università, una compagna che legge qualcosa con voce rotta dal pianto, lo smarrimento e le lacrime attorno. Le lacrime di tutti, lo sconforto per ingiustizia che si sommava ad ingiustizia. Ricordo il silenzio.
A me le lacrime fanno un effetto strano, quelle degli altri mi imbarazzano, le mie non le mostro in pubblico. Eppure in quel momento, (e ogni volta che ci ripenso), non riuscivo a trattenerle. Ho apprezzato e ammirato la composta dignità con la quale tua madre ha affrontato il suo dolore, ogni volta che ha ripetuto la tua storia, tutte le volte che ha ricordato perchè tu fossi in Palestina, a quale ingiustizia ti opponevi.
Oggi si è aperto uno spazio di sole, in una settimana che sembra stia venendo giù il diluvio universale, tanto che sotto casa si è aperta una voragine.
Oggi farebbero quarantanni, ti ripeto non è nulla di che, ma ci stanno gli auguri, i regali e i pensieri un pò malinconici. Per questo ti scrivo, senza credere a nessun paradiso, come se fosse un compleanno, per dire che è vero c’è ancora la guerra, una terra occupata e milioni di profughi, che è ancora caldo il piombo dell’ultima operazione militare, ma i sogni, si i sogni di libertà e giustizia, quelli ancora non se li sono portati via. Che dopo di te, un’altra compagna coraggiosa, una Rosa, ha sfidato le bombe e il silenzio, che non è affatto finita la speranza. Si lotta e si resta umani, ogni giorno.
Non so se vale a qualcosa, ma mi sembra l’unico regalo di compleanno possibile.
Per i tuoi sogni, per i nostri sogni.
Oggi avresti dovuto esserci e invece non ci sei.

