
E’ uscito, a dicembre 2014, per le Edizioni dell’Asino, Fare scuola, fare città. Il lavoro sociale al tempo della crisi di Govanni Zoppoli, con una introduzione di Luigi Monti. Il libro raccoglie interventi scritti nel corso del tempo, ma ciò nonostante mantiene una forte compattezza e coerenza e si presta ad una lettura scorrevole, ma non per questo meno intensa. La cosa più bella, a nostro avviso, è che il libro nasce da un’esperienza sul campo dell’intervento sociale, senza narcisismi, false dichiarazioni di bontà e pretese di teorizzazioni universalistiche. L’altro elemento che costituisce in sé valore, è il rifiuto ad usare in modo strumentale la figura e il racconto di Napoli e di Scampia, sebbene sia proprio qui che interviene Zoppoli, come operatore sociale e coordinatore del Centro territoriale Mammut.
Il testo è diviso in tre parti, la prima Scampia, Italia ospita gli interventi la cui riflessione parte dall’intervento in uno dei luoghi più raccontati ma meno conosciuto di Italia. Si comincia con i Rom, (questione più che mai attuale, le 800 persone del campo di Scampia sono da un mese senza acqua e vittime di campagne razzistiche) si passa per Bolzano e si ritorna alla riflessione sulla città e la sua periferia.
Scampia è oggi un set cinematografico senza uguali. Grazie alla massiccia presenza che le televisioni di tutto il mondo hanno garantito al quartiere negli ultimi dieci anni, il ruolo che riveste nell’immaginario internazionale sta tra la giungla e l’inferno. Se volessimo soddisfare le richieste dei curiosi che a Scampia chiedono di venire come a un safari probabilmente dovremmo dedicarci a tempo pieno a quest’attività. E qualcuno si sta già attrezzando per farne il proprio lavoro di agenzia di viaggi.
È il mercato, niente più del mercato. Probabilmente un cambio radicale nella legislazione sulla droga costituirebbe un colpo alla camorra molto più forte di mille eserciti e dei milioni di euro dati al sociale. Eppure tutto questo continua a non venir visto. Scampia rimane il set ideale dove associazioni buone e benemerite risollevano le sorti di un territorio martoriato. Dove gli indigeni sono ignoranti e poveri burattini del malaffare. E dove malavitosi avulsi dal contesto remano contro la civiltà del “centro”.
Soluzioni complessive, non ce ne sono, rimane però forte l’esigenza e una domanda “come fare a produrre un mutamento di paradigma nella lettura delle realtà di periferia?” E se l’intervento sociale non può che offrire una risposta limitata e circoscritta, rimane l’esigenza di una pratica che al pessimismo della ragione oppone l”ottimismo della volontà. Il Centro territoriale Mammut, la cui sede è nella piazza più grande e simbolica di Scampia, è anche un luogo di sperimentazione di un metodo di intervento sociale. La sezione cui è stato dato titolo Questioni di Metodo è, secondo noi, la parte più bella del libro. Ci sono molti interrogativi, qualche certezza e molto lavoro sul campo.
Lavorare per il cambiamento. Essere educatore significa farsi sollecitatori di cambiamento e non soltanto “stare” nelle situazioni, al fianco dei più deboli. Significa mettere in crisi equilibri malsani, offrire visioni alternative, promuovere processi di liberazione. È operazione faticosa ma ricca di possibilità. A Scampia come dappertutto.
Quale è lezione che Zoppoli ha appreso (attenzione ripetiamo, lezione che ha appreso per se stesso, non che fa agli altri), assieme a tutti gli altri operatori (Chiara, Alessandra, Valentina, Ciro)? Ecco alcuni appunti, che ci sembrano tutti da sviluppare e approfondire:
Smascherare ognuno dei meccanismi dell’omologazione, a partire da quelli del narcisismo e della realizzazione del falso sé. Smettere di inseguire le immagini e diventare innanzitutto consapevoli di quanto ognuno di noi faccia parte, in proporzione diversa, della deriva di cui è in balia il lavoro sociale, sforzandosi di mantenere il più possibile in relazione le autenticità di ciascuno.
Avvalersi di tutti gli strumenti delle scienze sociali e non. Recuperare ad esempio l’apporto che l’antropologia e la sociologia possono dare in fase di analisi e monitoraggio dell’intervento. Il lavoro sociale come lavoro di inchiesta di base è una delle principali possibilità per mantenersi lucidi, anche in fase di erogazione del servizio.
Lottare perché le risorse dello Stato vadano a finanziare il “sociale” piuttosto che le sacche del potere e i gruppi di pressione. Non abbassare cioè la guardia affinché nella ridistribuzione delle ricchezze il welfare, la scuola, la ricerca possano ricevere quanti più finanziamenti possibili. (…)
Non lavorare mai, né nella fase di analisi né tanto meno in quella di realizzazione dell’intervento, per confermare le proprie tesi di partenza. Tenendo comunque presente, ed esplicitando, il tipo di società a cui si sta formando se stessi e il cittadino destinatario del servizio.
Finalità del servizio sociale è la modificazione della situazione di svantaggio, nessun altro. Se non si ottiene il cambiamento auspicato, vuol dire che qualcosa non va come dovrebbe. (…)
In primo piano la crisi del lavoro sociale, che nasce certo dai tagli laceranti e radicali ai fondi per le politiche sociali, ma che non dipende solo dalla scarsità di risorse economiche ma anche da un costante processo di aziendalizzazione del welfare che ha trasformato gli utenti in clienti e il disagio in profitto.
Chiude il libro un Manifesto per un nuovo welfare che è frutto di un lavoro di riflessione aperto dalla rivista gli Asini, diretta da Luigi Monti, e animato tra gli altri da Goffredo Fofi e Maurizio Braucci.
Si può non essere d’accordo con l’analisi di Zoppoli (io stesso sono in disaccordo su alcuni punti, a volte accanto a passaggi molto intelligenti ci sono delle riflessioni che appaiono peccare di ingenuità), ma è un libro che nasce da un lavoro sociale collettivo, frutto di onestà e passione e dal tentativo, riuscito, altrettanto onesto e passionale, di riflettere sulla propria operatività e sul senso dei propri obiettivi.
Non è un manuale, eppure questo è un testo che dovrebbero leggere tutti coloro che, in qualche modo, hanno voglia o bisogno di comprendere e approfondire cosa stia accadendo nel mondo del welfare e dell’intervento sociale. E anche di comprendere quali sono le reali dinamiche sociali e culturali di una città imbrigliata in un racconto di immagini retoriche e luoghi comuni, nella quale c’è invece disperato bisogno di poche intelligenti parole .
