In posa | Abu Ghraib 10 anni dopo

In posa
Susan Crile, Incappucciato e collegato alla elettricità (2005)

Senza dubbio l’obiettivo principale oggi non è di scoprire, ma di rifiutare ciò che siamo (Michel Foucault)


 

Il carcere di Abu Ghraib, in Iraq, è stato, durante il regime di Saddam Hussein, un luogo di orrori e torture. Un posto dove sono morti, in modo atroce, migliaia di avversari, oppositori ed ex alleati del Rais.

Dopo la guerra e l’operazione militare Iraqi Freedom,  voluta e guidata dagli Stati Uniti, che, nella primavera del 2003 segnò la fine del regime, il carcere Abu Ghraib non ha mutato la sua funzione ed è stato adoperato dall’esercito americano e dai suoi servizi di intelligence per detenere e interrogare centinaia si prigionieri (oltre due terzi dei quali risulteranno estranei ad ogni accusa).

Nel corso del 2003 alcuni soldati statunitensi, tra cui una giovane marine, si fanno fotografare mentre torturano, umiliano, picchiano i prigioneri. Le foto ritraggono gruppi di uomini nudi costretti a stare gli uni addosso agli altri, uomini bendati minacciati dai cani, presi a pugni, tenuti al guinzaglio. I marine sorridono, in posa. Due foto, forse, più di altre, diventano il simbolo delle torture. In una, la giovane marine Lynndie England, di soli ventuno anni, tiene al guinzaglio un uomo nudo, steso su un fianco. Sorride come stesse giocando ad un gioco innocente tra amici. Nell’altra foto simbolo delle torture nella prigione irakena, un uomo incappucciato è costretto a stare in piedi su una panca, legato a dei cavi elettrici.

La storia di un carcere in cui sono rinchiusi detenuti senza processo, privi di ogni difesa e affidati nelle mani premurose di esercito e servizi segreti non è di quelle che si presta a finali a sorpresa. Eppure, quando il nome di Abu Ghraib compare nel confuso vortice dei media, un misto di stupore e normalità si fa largo nell’opinione pubblica mondiale e in quella anglosassone.

Quelle foto, divenute pubbliche nel 2004, segnarono l’inizio di uno scandalo che portò alla condanna e alla radiazione dall’esercito dei soldati protagonisti degli scatti. La piccola marine fu condannata a tre anni e poi radiata. Ebbe la peggio il suo compagno, Charles Graner, condannato a dieci anni di reclusione. Tutti i protagonisti sono stati radiati dall’esercito, mentre forti si levavano le condanne delle organizzazioni a difesa dei diritti umani. La severità e l’esemplarità di quelle condanne fu adoperata dall’amministrazione del presidente George Bush per dimostrare come la violazione di quei diritti fosse da attribuire a singoli comportamenti e non ad un preciso indirizzo politico.

Abu Ghraib
Abu Ghraib

La vicenda di Abu Ghraib ha avuto una vasta eco internazionale e la sua più completa ricostruzione è nel libro di Philip Gourevitch e Errol Morris, La ballata di Abu Ghraib (Einaudi, 2009) che racconta la storia di quegli scatti e di quei soldati chiamati ad essere torturatori e carcerieri. Diversi artisti hanno richiamato nelle loro opere gli orrori di Abu Ghraib, tra tutti ricordiamo Susan Crile. Nel mese di marzo di questo anno, con la regia di Luke Moran, negli Stati Uniti è stato prodotto il film Boys of Abu Ghraib a testimonianza di come questa storia sia entrata in un immaginario popolare.

Pierandrea Amato, ricercatore e docente di filosofia all’Università di Messina, autore tra l’altro de La rivolta (Cronopio, 2011) ha appena pubblicato un breve e denso saggio, In posa. Abu Ghraib 10 anni dopo (Cronopio, 2014) scegliendo, per la sua analisi, quegli scatti decifrati alla luce di una nuova prospettiva. Un compito difficile, ma importante, scrive Pierandrea Amato “cercare di individuare che cosa, dieci anni dopo la loro comparsa, proprio perché non è visibile all’istante, sopravvive in quell’agghiacciante catena d’immagini e non fa semplicemente parte del passato”.

Una riflessione che parte da un’idea di fondo: che le foto delle torture e dei sorridenti torturatori in posa vadano riconosciute “come un documento della nostra ordinaria e banale brutalità (estetica) come indice fondamentale della guerra contemporanea combattuta in nome dei valori democratici”.

Immagini che “esibiscono la condizione dei prigionieri, ma, al contempo, hanno il compito, occultando la spietatezza della scena, di rendere la violenza – la sua immagine –  normale. Il soldato si mette in posa e mima un gesto usuale, come quando, nella vita di tutti i giorni, ci lasciamo fotografare mentre abbracciamo qualcuno. Un’immagine, dunque, che pretenderebbe di avere un significato collocato al di là del mero dato visivo; tenta di persuaderci: non sta accadendo niente di speciale”.

In quelle foto c’è, spiega Amato, l’immagine piena del nostro presente, la normale crudeltà di una violenza che si fa immagine non per errore, ma proprio perché vuole dimostrare qualcosa.

Già,  cosa dimostrano, a dieci anni di distanza, le foto di Abu Ghraib?

Forse proprio la normalità di uno stato di eccezione che dura ormai da oltre dieci anni e in nome del quale, in questi giorni si proclamano guerre e conflitti. Amato ricorda l’insegnamento di Michel Foucault, “per decifrare la vera natura di un potere è necessario appurare in quale maniera si applica concretamente sui corpi”. Le immagini delle violenze e delle torture di Abu Ghraib (come le foto dei prigionieri di Guantanamo, aggiungiamo) hanno una valore attuale, non solo simbolico. Rivelano la vera natura di un potere “democratico” che si svela nel buio delle prigioni di ogni tempo.

Non dicono solo “è accaduto”, ma “sta accadendo”. E a questo presente di orrore dovremmo, prima o poi, trovare il modo di porre riparo.

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