Sorvegliato Speciale dalla Polizia | Dossier Aldo Capitini

Dossier Aldo Capitini (Stampa Alternativa, 2014)
Dossier Aldo Capitini (Stampa Alternativa, 2014)

Non si può dire di volere la pace e lasciare la società com’è, con i privilegi, i pregiudizi, lo sfruttamento, l’intolleranza, il potere in mano di pochi  (Aldo Capitini)


Per le edizioni di Stampa Alternativa (collana Eretica speciale), curato dai due ricercatori Andrea Maori e Giuseppe Moscati, è stato di recente  pubblicato il libro “DOSSIER ALDO CAPITINI. Sorvegliato speciale dalla polizia” con prefazione di Goffredo Fofi“.

I due curatori hanno ampliato, con materiale rinvenuto presso l’Archivio centrale dello Stato, la ricerca condotta, molti anni fa, da Clara Cutini. Sono pubblicati rapporti riservati, senalazioni e  informative di prefetti e questori che hanno (in)seguito l’attività politica di Capitini per oltre trenta anni (dal 1933 sino alla sua morte avvenuta nel 1968).

La prefazione è affidata a Goffredo Fofi, attento testimone della vita e dell’opera di Capitini, più volte intervenuto in questi anni a preservare il ricordo di una figura lontana dagli schemi tradizionali dell’impegno politico (in questo paragonabile solo alla figura di Danilo Dolci).

Aldo Capitini, è una delle figure più significative (e probabilmente in parte trascurate) dell’antifascismo italiano. Filosofo, militante antifascista, pedagogista, religioso ma fortemente contrario alle gerarchie ecclesiali, è stato pioniere e anticipatore del movimento non violento. Nel 1930, lasciò l’Università di Pisa (nella quale lavorava con un incarico amministrativo), rifiutando la richiesta di Giovanni Gentile, Direttore della Facoltà, di iscriversi al Partito Fascista. L’impegno politico nel movimento antifascista ne segnò l’immediato inserimento nei fascicoli di polizia quale sorvegliato speciale ed anche, in due occasioni, l’arresto.

Come scrivono i curatori, il testo fa emergere anche la fitta rete di relazioni, politiche e culturali che Capitini ha intessuto nell’inteso corso della sua vita, tra cui quella con Benedetto Croce (a cui lo status di senatore non garantiva affatto la segretezza della corrispondenza) che sostenne la pubblicazione di uno dei testi più importanti di Aldo Capitini, Elementi di una esperienza religiosa (1937) (scaricabile qui in pdf)  che sfuggì (grazie al titolo) alla severa ma distratta censura fascista,  divenendo presto un testo di riferimento per molti militanti.

Elemento di grande interesse, che ben emerge nel libro, è la continuità del controllo poliziesco nei confronti di Capitini anche dopo la caduta del fascismo. E’ una ulteriore testimonianza (laddove ve ne fosse bisogno) che le pratiche degli apparati amministrativi deputati al controllo – strutturatosi durante un regime totalitario – non si sono mai interrotte, indipendentemente dalle libertà formali e dai diritti sanciti nella Carta Costituzionale. (Solo a mò di esempio, possiamo ricordare che il T.U. delle leggi di polizia approvato nel 1931 è ancora oggi nel  pieno del suo vigore)

Come testimoniato dal libro, il dossier sul professore perugino continuò ad infoltirsi ben oltre la fine della dittatura. Questo professore, che pur avendo partecipato attivamente alla resistenza, scelse di non impegnarsi nei partiti, radicale nelle sue convinzioni, intransigente nella sua critica, non smise mai di essere costantemente “attenzionato” dalle forze di polizia. Un’attenzione che non sempre riuscì nei suoi intenti. Nel dopoguerra Capitini fu tra gli ideatori della Marcia della Pace, il cui successo, nel 1961, sorprese gli organismi di polizia che avevano deciso di autorizzarla poiché riteneva che non vi sarebbe stata alcuna partecipazione significativa. Vietarla – sostenne allora il prefetto – avrebbe significato solo attirare attenzione ad un evento che in sé non sarebbe stato capace di creare alcun intralcio nemmeno al traffico

Il libro costituisce, certo, un tassello importante per conoscere il lavoro di Capitini, per completare la lettura del suo impegno. Su questo rimandiamo alla recente intervista che i due curatori hanno rilasciato a Anna Maria Farabbi.

Forse, può essere però lo spunto anche per molte alte riflessioni, al di la di quanto si condividano le sue idee o la filosofia del movimento non violento.

La prima che i movimenti per la pace hanno perso quello spirito di critica radicale che pure ha caratterizzato la loro nascita e che, fatte salve alcune liete eccezioni, le marce per la pace si sono trasformate spesso in occasioni di buonismo, sfilate di false intenzioni a buon mercato.

La seconda è che le pagine polverose e lo stile burocratico dei rapporti di polizia che oggi fa quasi sorridere hanno un legame più stretto di quanto immaginiamo con il nostro presente. Non solo perché oggi sono più diffuse e capillari le forme tecnologiche del controllo, ma anche perché si riducono gli spazi per manifestare un dissenso reale. Oggi che qualunque protesta è accusata di essere portatrice di violenza (reale, verbale, probabile), è bene rileggersi la storia di Capitini. Uomo onesto, sincero, leale, pacifista, vegetariano, deciso a non arretrare mai nella sua critica radicale al potere.

Un uomo, per tutta la vita, sorvegliato speciale.

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