La democrazia vista dal manicomio

Tutte queste vite destinate a passare al di sotto di qualunque discorso e a sparire senza essere mai state dette, non hanno potuto lasciare tracce – brevi, incisive, spesso enigmatiche, se non nel punto del loro istantaneo contatto con il potere (Michel Foucault)


Dario Stefano Dell’Aquila e Antonio Esposito (la Repubblica Napoli 19 aprile 2016)

«Così ora non c’è per noi che solitudine e vuoto. Non possiamo muoverci perché siamo legati. Nessuno di voi può sapere che cosa significa essere legati per giorni, per mesi, per anni, per sempre. Senza poter chiedere a nessuno di sciogliere un legaccio o solo di allentarlo per un momento. Siamo tutti insieme e non siamo niente. Siamo un gruppo di oggetti buttati gli uni sugli altri». E’ uno dei passaggi del testo scritto da Sergio Piro per lo straordinario documentario “Gli Esclusi” che Michele Gandin, nel 1969, realizzò a partire dalle foto scattate da Luciano D’Alessandro nel manicomio di Nocera Inferiore, di cui Repubblica, sul proprio sito, ha proposto in esclusiva un estratto.

La proiezione del documentario e la testimonianza del maestro D’Alessandro sono stati alcuni dei momenti più intensi all’interno della manifestazione “La città degli specchi. Memorie dal manicomio”, che URIT, l’Unità di Ricerca sulle Topografie Sociali del Suor Orsola Benincasa, ha organizzato, da giovedì a sabato, in collaborazione con la “Fondazione Basaglia” e l’associazione “Le parole e le cose”. La tre giorni, cui hanno preso parte alcuni tra i più importanti esperti nazionali della materia, è l’inizio di un più ambizioso progetto, che vedrà impegnati, nei prossimi anni, docenti e ricercatori del Suor Orsola, ricercatori indipendenti, i poli archivistici e i centri studi manicomiali: attraverso il recupero, lo studio, la divulgazione didattica e scientifica di uno straordinario patrimonio di cartelle e documenti – fino ad oggi spesso trascurato e dimenticato, se non messo in pericolo dall’incuria istituzionale – costruire un’archeologia dei saperi volta a decifrare le logiche e le pratiche che, ancora oggi, ripropongono, metamorfizzati, i dispositivi di internamento della sofferenza psichica.

Nuova immagine

Un progetto politico, che non vuole isolare le vite rinchiuse nei manicomi come figlie di una presunta eccezionalità ma rintracciarne i legami con il la razionale quotidianità delle politiche di esclusione. Un fare memoria che rompe lo specialismo proprio della psichiatria, per ritrovare, a partire dalle sue sofferenze e mortificazioni, un’umanità lacerata ma capace di resistere alle nosografie dell’anormalità. Uno sguardo responsabile, che, non perdendo lo scandalo di queste vite recluse, sia capace anche di definire e realizzare percorsi di recupero e valorizzazione degli stessi complessi ex manicomiali, tra Napoli, Aversa e Nocera – 430 mila metri quadri di parchi ed edifici oggi, per lo più, inaccessibili – evitando, al contempo, operazioni di museificazione dell’orrore e svendita del patrimonio.

Recuperare un racconto di queste “vite di scarto”, restituire voce alla denuncia muta di queste esistenze, serve per indagare la nostra stessa società, perché il manicomio, ancora oggi, resta un fondamentale sguardo sulla democrazia. Le nuove forme di manicomializzazione (Rems, rsa, case di cura per anziani), la contenzione fisica e farmacologica di cui si abusa nei reparti psichiatrici, la psichiatrizzazione dei comportamenti considerati anomali, diventano intellegibili proprio a partire da queste “carte” da liberare. Sergio Piro, ancora commentando “Gli esclusi”, scriveva: «Nei reparti nuovi e più eleganti, la legatura farmacologica non è meno violenta né meno alienante del corsetto di sicurezza; l’ergoterapia meccanicamente applicata non riempie il vuoto (“un vuoto totale” dice un ricoverato) di giorni su giorni passivamente trascinati […] Dovunque le cose stiano così, la violenza rimane e le immagini sono sostanzialmente attuali. Il vuoto è stato pienamente colto nelle immagini di Luciano D’Alessandro: ma questo non è il vuoto della “malattia” come ineluttabile condanna biologica, è invece il vuoto che l’apatia, l’inerzia e l’abbandono hanno creato in coloro che sono esclusi da qualunque movimento e da qualunque dinamica. Se già lo spazio dell’uomo era ristretto dalla sua alienità, esso viene ulteriormente ristretto dalla violenza e dall’abbandono». Recuperare questo vuoto di vite e di memoria è oggi una necessità viva ed attuale.

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