Praticare la differenza | Donne, psichiatria e potere

Se la sofferenza non è condivisibile né narrabile, le si può però stare accanto, e il più vicino possibile – senza deliri di onnipotenza medica o psichiatrica, speculativa o religiosa, artistica o affabulatoria, consapevoli tuttavia che rimane sempre uno scarto insuperabile fra il viverla e il parlarne (Fabrizia Ramondino).


Dario Stefano Dell’Aquila – Antonio Esposito

E’ da ieri in libreria il  libro di Assunta Signorelli, Praticare la differenza. Donne, psichiatria e potere. (Ediesse, 2015), con prefazione di Renate Siebert.  Quella che segue è un estratto della nostra introduzione al volume.

copertina «Nel dicembre del 1970 ho varcato i cancelli del manicomio di Parma. Ero al quarto anno di medicina, per me era il Professor Basaglia, ma era bastato telefonargli e dirgli che volevo lavorare con lui per fissare quell’appuntamento. In realtà, quando l’ho conosciuto pensavo che Merleau-Ponty fosse un vino francese, poi l’incontro con Franco mi ha cambiato la vita». Lo racconta con un sorriso schietto e coinvolgente Assunta Signorelli mentre la ciocca viola, in elegante pendant col vestito, spezza l’argento vivo della lunga chioma e sembra quasi disegnare quel margine che lei ha sempre autenticamente vissuto, il margine di cui parla bell hooks, quel “doppio” costitutivo dell’identità femminile, escluso a noi maschi, che Assunta rivendica con lo stesso orgoglio delle sue origini partenopee (o meglio del suo essere “sudicia” come ama presentarsi).

Complessità, conflitto, lotta, termini e concetti che ritrovi nella sua vita, prima che nei suoi racconti e nei suoi scritti. Come se la consolatoria accettazione di “ciò che è” non abbia mai trovato spazio a fronte della faticosa ricerca di “quello che può essere”. E proprio in questo, ci sembra, si possa ritrovare il senso profondo di quell’incontro con Basaglia, e insieme a lui con gli operatori, medici, pazienti, familiari, ma anche studiosi, educatori, intellettuali, artisti, studenti, quella comunità di donne e uomini che, riconoscendosi, si incamminavano per costruire “un’utopia della realtà”, il superamento del manicomio, e con esso una nuova dimensione di socialità e cura, una restituzione dei diritti di cittadinanza per quanti vivono la sofferenza psichica.

La Signorelli, insieme ad alcuni pionieri di quell’esperienza e altri compagni e compagne incontrati nel suo viaggio di vita, ha seguito nel lavoro, negli studi e nell’impegno, questa traccia. E lo ha fatto anche contro chi pure aveva partecipato a quello stesso movimento, ma ne ha poi tradito il testamento ideale e valoriale, accontentandosi della parzialità di risultati presentati come vittoria, così rifiutando man mano di dare possibilità all’impossibile. Lo spazio dell’impossibile, di ciò che in un determinato momento storico appare impossibile, è proprio quello che Assunta Signorelli continua a perseguire, sia nell’impegno professionale che in quello civile e politico. Il suo testardo non arrendersi alla banalità del “non può essere altrimenti” si apre, inevitabilmente, alla possibilità della sconfitta, che pure subisce e di cui paga direttamente le conseguenze, ma, allo stesso tempo determina anche “occasioni” che segnano nuove inaspettate direzioni, sempre “ostinate e contrarie”.

Franco Basaglia (con parte del suo gruppo di lavoro)

Così, ad esempio, in quella che resta una delle più importati esperienze di deistituzionalizzazione della sofferenza nel Meridione ma anche, per il suo incredibile epilogo (pazienti sgomberati dai reparti della celere), una ferita non ancora rimarginata, non solo nella vicenda personale di Assunta Signorelli, ma nella storia della salute mentale in Italia: la sua direzione del Papa Giovanni a Serra d’Aiello in Calabria. Esperienza che inizia nel 2006, ma sembra fare riferimento ad un tempo sospeso da ogni storia. Questa la situazione riscontrata dalla Signorelli alla prima verifica delle cartelle cliniche delle pazienti lungo degenti:

Su 360 per più della metà non si sapeva perché erano state accolte (numerose le situazioni di ordinaria miseria economica e culturale), per altre la diagnosi psichiatrica era falsa o strumentale (tante le donne ricoverate perché madri senza essere mogli!).

In questo cronicario di vite di scarto, dove l’abbandono degli ultimi si intreccia agli interessi del clientelismo politico, del malaffare, della criminalità organizzata, nonché al modello assistenziale della Chiesa, la Signorelli non solo si scontra con un sistema corrotto che determina annichilimento, ma deve affrontare anche e soprattutto quel sentimento di irrimediabilità che, troppe volte, trasforma il nostro Paese e soprattutto il Sud in una terraferma, servendo, al contempo, da giustificazione preventiva per un pervasivo esercizio di impotenza. Ed è proprio nel rovesciamento di questa apatia fatalistica, che riteniamo possa ritrovarsi uno dei significati più importanti di questa come di altre esperienze della Signorelli. (…)

Se nel campo delle discipline sociali è difficile trovare testimonianze ragionate che siano anche guida alla operatività, nel campo delle discipline psichiatriche tale ricerca diviene oggi quasi frustrante. Progressivamente confinata nel margine dei saperi tecnici, la psichiatria, dopo Basaglia, ha smarrito ogni volontà di confronto, con sé stessa e con un pubblico più ampio, che non fosse nelle forme classiche e accademiche della trasmissione dei saperi. Il discorso medico, nella sua afasia tecnicistica, ha poi annullato ogni traccia di discussione sulle questioni di genere. Del resto, se il sintomo è l’unico segno attraverso cui vedere la malattia, cosa conta la persona, cosa importa chi è e cosa fa quella persona, il suo essere uomo o donna? Ed ancora, è rarità nella rarità che un operatore che non vive nel mondo dell’accademia universitaria, ma in quello dei servizi di salute mentale, avverta l’esigenza di confrontarsi sul piano teorico, ma a partire dalla prassi, con i propri riferimenti politici e culturali.

Ecco, la raccolta degli articoli che qui seguono, è invece segnata proprio da queste tre caratteristiche che si sono date naturalmente lungo l’intero percorso teorico e, soprattutto, esperienziale di Assunta Signorelli. Non sono dunque il frutto di una semplice esigenza editoriale, ma la naturale conseguenza di un cammino coerente anche nel suo procedere per sollecitazioni diverse, inciampi e ri-partenze.

fanon
Frantz Fanon, I dannati della terra

Il primo nucleo di articoli si apre con il confronto tra Franco Basaglia e Frantz Fanon. Per la storia politica e personale della Signorelli, un riferimento “genealogico”, elaborato nel pieno della già citata esperienza di governo di uno degli ultimi manicomi ancora, “clandestinamente”, aperti in Italia, con il nome di cronicario, il Papa Giovanni XXIII. Si ripropone qui, in chiave di stretta attualità, il tema della “istituzione negata”, dello psichiatra che lotta per chiudere la struttura che è chiamato a dirigere, consapevole che il processo di chiusura deve tutelare in ogni fase i sofferenti psichici, restituendo cura e libertà attraverso una nuova rete di servizi territoriali, e non piuttosto limitandosi semplicemente a trasferirli altrove, in piccoli “manicomi residenziali. Di qui, in particolare, lo specifico interesse della Signorelli sulla relazione di entrambi con le istituzioni.

Da un lato l’esempio di Fanon, che non esita a dimettersi, quando gli viene richiesto di svolgere una funzione normalizzatrice, perché «la pazzia è uno dei modi in cui l’uomo perde la sua libertà», ma anche di Fanon che continua il lavoro nel reparto psichiatrico del policlinico Charles Nicolle, a Tunisi, organizzando e gestendo il day-hospital per dimostrare, scrive Assunta, «l’efficacia terapeutica di una pratica fondata sul riconoscimento della persona sofferente come portatrice sia di bisogni e desideri sia di un conflitto con il mondo circostante che non può essere negato e nascosto, come accade nel manicomio».

Franco Basaglia
Franco Basaglia

Dall’altro lato, Basaglia che dice «Fanon ha potuto scegliere la rivoluzione, (noi) per evidenti ragioni obbiettive ne siamo impediti, la nostra realtà è ancora continuare a vivere le contraddizioni del sistema che ci determina, gestendo un’istituzione che neghiamo, facendo un atto terapeutico che rifiutiamo (…)». La critica radicale al manicomio non consente al medico di fuggire in avanti, ma gli attribuisce invece una duplice responsabilità. Scrive la Signorelli «sin dall’inizio due furono i capisaldi del lavoro a Gorizia: il riconoscimento della singolarità di ogni persona ricoverata e la consapevolezza dell’asimmetria del rapporto medico paziente, rapporto sempre di potere, tanto più in un manicomio dove alla persona ricoverata è negato anche lo statuto di persona». Dopo tanti anni, l’insegnamento di Fanon e Basaglia richiede una nuova pratica, in quello che sembra essere (ed è) un manicomio civile sopravvissuto e dimenticato, appunto il Papa Giovanni.

Il secondo nucleo di articoli ha come centro di riflessione, un aspetto incredibilmente trascurato tanto nella storia del movimento di critica psichiatrica che nella letteratura sulla organizzazione dei servizi di salute mentale. Se rileggiamo oggi la storia del movimento di “psichiatria democratica”, anche nei testi più recenti, è sempre una storia, prevalentemente, maschile. Non perché sia una storia, inevitabilmente, centrata sulla figura di Franco Basaglia, ma perché in fondo è mancato un racconto che partisse da un orizzonte che non fosse quello maschile, anche nel caso di scritture femminili. Il recente volume di John Foot, ad esempio, che pure restituisce in parte la meritata attenzione al ruolo di Franca Ongaro, riporta il racconto di una storia maschile. Forse, anche perché, è mancato dalle stesse protagoniste di quella esperienza il racconto del loro punto di vista. Anche nei movimenti più critici e radicali, nel confronto con il potere, si ripropongono, in forma magari più velata, dinamiche che costringono il “femminile” a negarsi o a nascondersi:

Crediamo di poter dire che allora (negli anni ‘70-’80), quando a Trieste si lavorava per la rottura del manicomio e dei suoi meccanismi istituzionali, non avevamo la consapevolezza e la cultura di chiamare “qualità femminili” quelle che agivamo. Se da una parte ricostruivamo storie, attenzioni, luoghi dove era possibile e dignitoso vivere, stimolavamo desideri e complicità, portavamo la normale affettività in luoghi e situazioni deprivate da sempre di queste, dall’altra molte di noi furono costrette ad imparare a modificare le proprie emozioni, per acquisire modalità di riconoscimento e di azione maschili, pena l’essere negate o distrutte.

Forse non era possibile agire altrimenti, mancava in quegli anni, e non solo in noi, l’intuizione che il manicomio, la psichiatria, era “figlio naturale” di una logica assoluta che non permetteva, allora come oggi, diversità/differenziazioni.

Presentazione Trieste
Presentazione Trieste

Il tema delle differenze di genere, del maschile e del femminile e delle relazioni di potere che ne conseguono, è un tema “sotterraneo” che, come un fiume carsico, torna in superficie solo per brevi tratti. Ma è un fiume comunque inarrestabile.

E tra le differenze possibili ad un certo punto si è imposta quella più naturale, la più ovvia forse, ma proprio per questo sempre nei luoghi di cura occultata: la ”differenza di genere”. Questione, questa della “differenza”, che per tutti i primi anni aveva attraversato il processo di distruzione del manicomio in modo sotterraneo, come un fiume carsico che solo per brevi tratti scorre in superficie. [come l’episodio della prescrizione di un anticoncezionale per una giovane donna rinchiusa (1973), il “collettivo per la salute della donna” (‘76-’78) nato dalla mobilitazione sul diritto della donna di interrompere la gravidanza per motivi terapeutici connessi al suo equilibrio psichico, la partecipazione attiva ai processi per “stupro” nei confronti di donne portatrici di sofferenza psichica (1978)]

Si inserisce in questo nucleo di articoli, l’intreccio di una riflessione operativa sulla convivenza tra genere e potere, sulla famiglia come luogo di violenza, sulla depressione, sulla omologazione, sulla relazione tra identità e potere, sul dolore e sulla sofferenza delle donne. Temi che trovano la loro connessione immediata nel principio che si pone a fondamento organizzativo del Centro Donna Salute Mentale. Perché è in questo servizio che trovano sintesi esigenze politiche, sociali e culturali, prima che quelle “sanitarie” (senza che questo nulla tolga alla centralità dell’offerta di assistenza psichiatrica)

Nasce così “Centro Donna-Salute Mentale”, che, organizzandosi come un centro sulle 12 ore rivolto alle donne portatrici di sofferenza con solo operatrici e, contemporaneamente, grazie alla compresenza nel centro dell’associazione, come polo, nella città, di aggregazione sulle tematiche femminili, si pone come obiettivo prioritario l’affrontamento del disagio femminile, in termini di differenza di genere.

Centro Donna Salute Mentale (Trieste)
Centro Donna Salute Mentale (Trieste)

Questo posizionarsi come genere, questo assumere come punto di partenza e di arrivo l’essere donna, questo saper fare le differenze ha risvolti pratici nell’organizzazione dei servizi.

Posizionarsi come genere e come soggetti rende più facile l’interlocuzione, sia con la psichiatria,quando si vuole fare salute mentale per le donne, che con altre discipline come la storia, la letteratura, l’arte sufficientemente lontane dalla medicina da non correre il rischio di essere mangiate e digerite, come é successo, invece, a saperi di memoria femminile,(l’uso delle erbe e dei fiori, le medicine dolci/alternative/complementari) ormai completamente assorbiti nel Grande Mercato, e quindi, omologati, spogliati di ogni potenzialità realmente trasformatrice perché rinchiusi in un mondo a sé, dove tutto é bio-x e resta rigorosamente fuori dalle questioni.

Per noi, invece, resta sempre aperta la questione del potere e delle donne: non siamo ancora in grado di esplicitare i nessi ed il legame che esiste fra l’antagonismo nei confronti delle istituzioni che la nostra pratica quotidiana produce ed il nostro essere comunque istituzione di potere.

La connessione tra questo nucleo di articoli e l’ultima parte del volume è quindi automatica. Posto come cardine dell’organizzazione dei servizi di salute mentale il reale senso dell’esperienza del movimento basagliano e il riconoscimento delle differenze di genere come rifiuto e resistenza ad ogni legame soffocante, il catalogo che ne discende è una traduzione pratica di concetti molto chiari.

Praticare le differenze, questo sembra dire con semplicità la Signorelli, e su questo assunto organizzare e garantire la qualità nei servizi territoriali, saper rispondere e intervenire contro la violenza sulle donne, superare gli SPDC, recuperando anche, senza nostalgie o ritualità, ma come utili strumenti operativi, gli spazi di confronto, dibattito, riflessione collettiva e assembleare, tra cittadini, pazienti e medici, tutti chiamati a dare il proprio apporto. (…)

Questi scritti non sono stati selezionati dai curatori. A noi è stato dato un compito di raccogliere ciò che nel tempo si è “concatenato” con bellezza e coerenza. Perché la visione politica, che vive nelle parole di Assunta Signorelli, è tutta qui. Nella bellezza di una storia di lotte, desideri e consapevolezza delle differenze, nella coerenza di chi ha fatto parte di un movimento che nella esperienza triestina ha dato la migliore prova di sé, nella volontà e nel coraggio di chi ancora si batte per dimostrare a tutti quanto sia concreta e realizzabile quell’utopia della realtà.

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Assunta Signorelli

Assunta Signorelli, psichiatra, basagliana, femminista non pentita, madre di due figlie e un figlio, ha partecipato alla chiusura del manicomio e alla costruzione della rete dei servizi territoriali di Trieste. Promotrice, con altre operatrici, dell’esperienza di Centro Donna – Salute Mentale di Trieste, direttore poi del Dipartimento di Salute Mentale di Siena e successivamente chiamata in Calabria dall’Azienda Sanitaria di Paola. Ha diretto il Dipartimento di salute mentale di Trieste. È autrice di numerosi articoli su psichiatria e differenza di genere. Ha scritto, tra l’altro, con Fabrizia Ramondino e Renate Siebert, In direzione ostinata e contraria (Tullio Pironti, 2008)

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